Il calcio e i suoi meccanismi oscuri alla ricerca dei talenti
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La platea di poltroncine di velluto rosso che declina verso il palco non è gremita. Ci saranno sì e no una cinquantina di persone in un teatro che può contenerne almeno il quadruplo.
Mister Richard ‘Ndoye sale sul palco senza badarci troppo, fa un ampio cerchio con le braccia e illustra i benefici di quelle che chiama “third-party ownership”, ovvero l’acquisto, da parte dei privati, di quote di potenziali campioni. Operazioni, spiega, che consentono di conseguire un triplice obiettivo: i club incassano liquidità per i propri bisogni contingenti; i ragazzi possono restare più a lungo nei luoghi in cui sono nati e crescere in famiglia; e, terzo, si evita di desertificare i territori.
«È un meccanismo win-win che soddisfa tutti», sottolinea con un discorso da contorsionista che spazia tra filantropia e Wall Street, teologia e indipendentismo. «Non nascondiamocelo, però, ci sono tanti speculatori. Ecco perché è indispensabile identificare i giusti partner. Solo così si possono aiutare i giovani e l’Africa. Basta elemosine. Bisogna far leva sulle leggi di mercato, sulla modernizzazione».
Poi rivolge un invito a non focalizzarsi sul Sudamerica, delineando una nuova corsa all’oro verso “i giacimenti di talento” del Continente nero. «L’Africa è alle prese con un sviluppo prepotente, ma foriero di ineguaglianze», conclude con tutta l’enfasi che il passaggio merita, «le nostre accademie allevano calciatori, ma forniscono anche istruzione e cure mediche ai giovani più bisognosi».
Millesi immagina che da un momento all’altro possa spogliarsi del suo raffinato completo di Dolce & Gabbana, tramutandosi in un frate francescano con tanto di saio e sandali di cuoio.








