Oltre il campo

Il calcio e i suoi meccanismi oscuri alla ricerca dei talenti

di Marco Bellinazzo

(Adobe Stock)

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La platea di poltroncine di velluto rosso che declina verso il palco non è gremita. Ci saranno sì e no una cinquantina di persone in un teatro che può contenerne almeno il quadruplo.

Mister Richard ‘Ndoye sale sul palco senza badarci troppo, fa un ampio cerchio con le braccia e illustra i benefici di quelle che chiama “third-party ownership”, ovvero l’acquisto, da parte dei privati, di quote di potenziali campioni. Operazioni, spiega, che consentono di conseguire un triplice obiettivo: i club incassano liquidità per i propri bisogni contingenti; i ragazzi possono restare più a lungo nei luoghi in cui sono nati e crescere in famiglia; e, terzo, si evita di desertificare i territori.

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«È un meccanismo win-win che soddisfa tutti», sottolinea con un discorso da contorsionista che spazia tra filantropia e Wall Street, teologia e indipendentismo. «Non nascondiamocelo, però, ci sono tanti speculatori. Ecco perché è indispensabile identificare i giusti partner. Solo così si possono aiutare i giovani e l’Africa. Basta elemosine. Bisogna far leva sulle leggi di mercato, sulla modernizzazione».

Poi rivolge un invito a non focalizzarsi sul Sudamerica, delineando una nuova corsa all’oro verso “i giacimenti di talento” del Continente nero. «L’Africa è alle prese con un sviluppo prepotente, ma foriero di ineguaglianze», conclude con tutta l’enfasi che il passaggio merita, «le nostre accademie allevano calciatori, ma forniscono anche istruzione e cure mediche ai giovani più bisognosi».

Millesi immagina che da un momento all’altro possa spogliarsi del suo raffinato completo di Dolce & Gabbana, tramutandosi in un frate francescano con tanto di saio e sandali di cuoio.

Tutti i presenti si alzano ad applaudirlo (perfino Millesi è tentato). Molti si accalcano sotto al palco per stringere la mano dell’agente Fifa, che vanta anche il titolo di consulente della Confédération Africaine de Football, come Millesi ha letto nella cartella stampa.

Tre giorni prima Yetunde gli ha fatto sapere che Mister Richard ‘Ndoye avrebbe partecipato a quel convegno a Zurigo sul futuro del football africano. Millesi non ci ha pensato su due volte e si è accreditato all’evento.

Insieme a Fabiana ha scoperto che negli anni Novanta Richard ‘Ndoye aveva gestito la compravendita di molti giocatori nigeriani, camerunensi e ghanesi. Poi si era eclissato, tant’è che di recente non risultavano trasferimenti memorabili ricollegabili al suo nome. A ogni modo, è ancora uno degli intermediari più potenti del Continente. E non fa affari soltanto nel calcio. Mister R, come lo chiamavano tutti quelli che hanno o millantano di avere con lui una certa confidenza, pare presti i suoi servizi professionali anche per i politici africani. Dal Corno d’Africa alle coste atlantiche si dice abbia officiato diversi matrimoni d’interesse tra i governi locali e quelli arabi e cinesi. On line sono spuntate diverse foto che lo ritraggono con ambasciatori e capi di Stato. In una di pochi anni fa, insieme a un diplomatico cinese e al primo ministro del Gabon, taglia il nastro alla partita inaugurale dello stadio di Libreville.

Dopo essere uscito dalla sala, Dante si è seduto nel foyer.

Certo, riflette, nel suo seducente discorso Richard ‘Ndoye ha omesso qualche dettaglio sui rischi di quelle iniziative finanziarie. Non ha parlato dei vincoli di quasi schiavitù che non di rado sono imposti ai ragazzi, privati della libertà di decidere il proprio destino e ridotti a pedine per truccare partite o abbellire i bilanci. Così come ha evitato di citare le opacità di un sistema attraverso cui possono infiltrarsi oligarchi, criminali e clan per ripulire soldi sporchi, dirottando altrove le risorse prodotte all’interno del circuito calcistico. «Dimenticanze» di scarsa rilevanza, dal suo punto di vista, ma che possono costare la vita a chi resta intrappolato in quegli ingranaggi. (…)

Millesi si chiede se quell’uomo educato e dall’indiscutibile intelligenza possa essere davvero l’eminenza grigia di un’organizzazione di trafficanti, il demone da cui tutte le persone coinvolte in questa storia vogliono tenersi a tutti i costi alla larga.

L’articolo di Marco Bellinazzo è tratto dal libro La colpa è di chi muore (Fandango, pagg. 420, € 19). Il noir è un’intricata storia di corruzione e sfruttamento che racconta la tratta dei baby calciatori africani nel calcio europeo. La storia si svolge fra Milano, Lagos e Parigi, fra sogni, miseria e tanto dolore.

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