Il cedro, frutto del paradiso terrestre
In Calabria, nella Riviera dei Cedri, alla scoperta dell’Etrog cercato dai rabbini di tutto il mondo
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In questo lembo di sud gli alberi non vengono lasciati diventare alberi. Vengono tenuti bassi, accompagnati, quasi educati, appoggiati a pergolati come convalescenti. Se crescessero liberamente, con la loro forza selvatica e quelle spine tremende, finirebbero per stritolare i frutti; e un cedro ferito, qui, non è soltanto un cedro brutto. È un Etrog imperfetto, un frutto che ha perduto il suo destino rituale.
Chiedilo al Sole
È da questa piccola violenza amorosa — contenere la pianta perché il frutto resti integro — che comincia una storia sorprendente in quel della costa tirrenica cosentina. Da una cedriera: una geometria bassa di rami, foglie e frutti ovali dove l’agricoltura assume la precisione di una pratica liturgica.
I produttori lo chiamano “fattore K”, e giurano che sia il segreto di tutto come spiega Angelo Adduci, direttore del Museo del Cedro di Santa Maria del Cedro (Cosenza). Parla di queste piante come si parla di creature fragili, di antenati, di testimoni. Ogni tanto scivola nella storia, ogni tanto nel mito, ogni tanto nell’economia. Ma qui le tre cose, più che contraddirsi, sembrano sostenersi.
Agronomia applicata alla Legge Sacra
Per i rabbini che ogni estate arrivano da Israele, dall’Europa, dagli Stati Uniti, questo frutto non è un agrume. È un Etrog, il “frutto dell’albero più bello” prescritto per la festa di Sukkot (festa che in Israele dura sette giorni, ndr).
Deve essere integro, non innestato, conforme a criteri antichi e severissimi.











