Design e società

Il coraggio di innovare, prove tecniche di futuro

La Ferrari Luce ha portato polemiche estetiche ancora prima che funzionali, eppure secondo Carlo Ratti, in un mondo che cambia continuamente, gli scostamenti dalla norma sono importanti di per sé

PRESENTAZIONE NUOVA FERRARI LUCE  (IMAGOECONOMICA)

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Il mese scorso ho scritto un Guest Essay per il «New York Times» sulla nuova Ferrari Luce. Il titolo scelto dalla redazione era volutamente provocatorio: «Brutta. Costa 640.000 dollari. E fa infuriare tutti, tranne me.» È stato l’editoriale più letto di quel giorno e ha generato una valanga di commenti, sia in rete sia sulla carta stampata. Una delle reazioni che mi ha divertito di più è arrivata da un sito conservatore dell’Arizona, che ha chiosato: un professore del MIT, sicuramente di sinistra, sostiene che dobbiamo farci piacere il brutto.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Naturalmente non era questo il punto. Il punto è che quando si innova, il risultato all’inizio può apparire strano, scomodo, perfino sbagliato. Ed è un bene. Ci ripensavo questa settimana tornando in Italia, proprio nella terra di Enzo Ferrari, per seguire il cantiere del nuovo polo culturale del Sant’Agostino a Modena. L’Italia, infatti, ha un rapporto speciale con la bellezza. Dopo aver vissuto e lavorato in molti Paesi, sono convinto che da noi l’apparenza delle cose occupi un posto particolare.

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Dalle automobili Ferrari agli abiti Armani, dalle scarpe Prada ai mobili Cappellini, il design è in Italia un valore culturale e anche uno dei principali motori dell’economia. Milano, in diverse settimane dell’anno, diventa la capitale mondiale del design e della moda, richiamando centinaia di migliaia di professionisti e visitatori. Questa sensibilità estetica, però, comporta anche un rischio: quello di trasformare la memoria in nostalgia. Marcel Proust costruì sette volumi attorno a una madeleine che, immersa nel tè, riuscì a liberare un fiume di ricordi. Anche il nostro paesaggio visivo funziona in maniera analoga. Le forme che conosciamo ci rassicurano e ci ancorano di fronte al cambiamento, come dimostrano le reazioni alla Ferrari Luce.

Non so se questo veicolo sarà un successo commerciale o meno. Ce lo dirà presto il mercato. Credo però che la Ferrari meriti di essere apprezzata per aver provato a ripensare l’automobile elettrica, rompendo linguaggi formali consolidati. La storia dell’automobile è piena di esempi simili. Alla fine degli anni 70 Gianni Agnelli, leggendario capo della Fiat, cercò di immaginare un veicolo radicalmente nuovo, affidandone il progetto non soltanto a designer automobilistici, ma anche all’architetto Renzo Piano e all’ingegnere Peter Rice.

Nacque così la Fiat VSS, presentata al Salone di Torino del 1981: intelligente, modulare e volutamente priva di stile. Così priva di stile che la Fiat accantonò l’esperimento poco dopo. Tuttavia, molte di quelle intuizioni confluirono nella Tipo, Auto dell’Anno in Europa pochi anni più tardi. Oggi John Elkann sembra voler ripercorrere una strada simile a quella di suo nonno. Per la Luce ha coinvolto Marc Newson e Jony Ive, il designer che ha contribuito a definire l’estetica dei prodotti Apple. Possiamo discutere del risultato finale, ma è difficile negare il coraggio dell’impresa. Progettare un’automobile, infatti, è diverso da ogni altro esercizio di design industriale.

Da adolescente appassionato di design e cresciuto a Torino – città di carrozzieri quali Pininfarina, Bertone e Giugiaro – quel mondo mi ha sempre affascinato e terrorizzato allo stesso tempo. Il progetto automobilistico deve rispondere alle leggi della bellezza, ma anche a quelle dell’aerodinamica, della velocità e dell’ingegneria. È un equilibrio delicatissimo.

Un equilibrio altrettanto fragile riguarda la trasformazione tecnologica in corso. L’automobile sta entrando nella più grande trasformazione della sua storia, a causa dell’elettrificazione e della guida autonoma. Senza motore a scoppio anteriore, perché non entrare da davanti, come suggerisce la Microlino? Diventano inoltre possibili geometrie di sterzo fino a poco tempo fa impensabili: le ultime BYD possono ruotare su sé stesse, non perché le stia vandalizzando Jeremy Clarkson ma perché dotate di controllo indipendente delle quattro ruote. Con la guida autonoma, inoltre, il volante potrebbe presto diventare un ricordo del passato: l’intero abitacolo a quel punto potrà essere ripensato come uno spazio di vita. In questo senso in Cina stanno nascendo veicoli completamente nuovi, che a volte sembrano mostri scappati da un laboratorio. Sta cambiando, in breve, l’idea stessa di automobile.

Lo stesso fenomeno si è verificato in passato in altri ambiti. L’industria orologiera svizzera sembrava destinata a scomparire con l’arrivo dell’elettronica al quarzo giapponese. Invece riuscì a reinventarsi: Swatch trasformò il quarzo in un oggetto giocoso, mentre l’orologio meccanico sopravvisse come prodotto di lusso. Forse anche il motore a scoppio seguirà un destino analogo: non più tecnologia dominante, ma nicchia di passione.

Qualcosa di simile vale anche per l’architettura. Alla Biennale Architettura di Venezia dello scorso anno, che ho avuto l’onore di dirigere, abbiamo cercato di mostrare come la sperimentazione non sia un lusso, ma una necessità.

Lo stesso spirito guida il nostro lavoro di ristrutturazione del complesso del Sant’Agostino a Modena, che a fine lavori sarà uno dei principali poli culturali d’Europa. Siamo partiti da un rispettoso restauro dei volumi settecenteschi del vecchio ospedale. Ma sul Cortile delle Tenaglie abbiamo progettato, insieme al collega dell’Università di Harvard Chuck Hoberman — inventore della sfera di Hoberman e di numerose strutture cinetiche utilizzate dalla Nasa — un leggero origami cinetico. Questo diventa un tetto mobile che permette di usare lo spazio sottostante sia d’estate sia d’inverno.

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L’Italia ha costruito la propria leadership mondiale grazie alla capacità di innovare nel design. Se vogliamo continuare a essere un punto di riferimento, non possiamo limitarci a celebrare i capolavori del passato e ripeterne le forme. Dobbiamo produrre quelli del futuro, assumendoci anche dei rischi, come ha fatto Ferrari con la Luce.

Imparando rapidamente anche da eventuali errori. Perché, come diceva sempre mia nonna Maria Laura: «Solo chi non fa, non falla».

Architetto, ingegnere e designer, Carlo Ratti è professore presso il MIT di Boston e il Politecnico di Milano. È co-fondatore dello studio internazionale di design e innovazione CRA-Carlo Ratti Associati

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