Competizione

Il Dragone sul Sahel: la corsa spaziale cinese sorvola gli interessi Ue e italiani

A partire dal 2021 Pechino ha iniziato a chiudere accordi con Paesi del Magreb, Mediorente e dell’area sub sahariana. La tecnologia BeiDou è attiva in Niger, Paese in cui sono presenti i militari italiani. Egitto e Senegal hanno sviluppato filiere congiunte con i cinesi. Il Burkina Faso utilizza anche tecnologia russa tramite Glavkomos. Sono occhi che servono per le tlc e l’agricoltura, ma soprattutto possono controllare le mosse europee

Foto d’archivio. Un modello del sistema di navigazione satellitare cinese Beidou esposto al Salone Internazionale dell'Aviazione e dell'Aerospaziale cinese.  (AP)

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La diplomazia spaziale cinese prova ad espandersi nel Mediterraneo allargato e nel Sahel, ridisegnando gli equilibri di potere in regioni vitali anche per la sicurezza europea e italiana. Mentre Roma lancia il Piano Mattei per consolidare la cooperazione energetica con l’Africa, Pechino tesse una rete di accordi satellitari per offrire un ecosistema tecnologico chiuso e dipendente. I sistemi di navigazione satellitare e le costellazioni di osservazione terrestre sono diventati il sistema nervoso dell’economia e della sicurezza contemporanea. Sincronizzano le reti energetiche, gestiscono le catene di approvvigionamento, monitorano i raccolti e tracciano i movimenti delle truppe. Per decenni, l’Italia ha potuto contare su una posizione di vantaggio nel Mediterraneo, supportata da un’industria spaziale di eccellenza capace di produrre satelliti di osservazione tra i più avanzati al mondo. A partire dal 2021 la Cina, attraverso il suo sistema di navigazione BeiDou e le sue costellazioni di telerilevamento, ha iniziato ad offrire ai Paesi africani e mediorientali un pacchetto completo, chiavi in mano, privo delle condizioni politiche e delle restrizioni tecnologiche che accompagnano gli accordi con l’Occidente. Per comprendere la portata strategica di questo cambiamento, bisogna guardare alla geografia degli interessi nazionali italiani. Il Sahel e il Nord Africa non sono terre lontane per la sicurezza di Roma, ma il confine meridionale dell’Europa, la zona cuscinetto da cui dipendono la stabilità energetica, il controllo dei flussi migratori e la lotta al terrorismo internazionale. Le aziende italiane operano in contesti complessi in Algeria, in Libia e potenzialmente in futuri scenari di stabilità nel Sahel. Per proteggere queste infrastrutture, monitorare le rotte dei trafficanti di esseri umani che partono dalle coste nordafricane e tracciare i movimenti delle milizie jihadiste nel deserto, l’Italia fa affidamento sull’intelligence satellitare. I satelliti radar italiani sono occhi infallibili che sorvolano quelle regioni, ma cosa accade quando i paesi ospitanti iniziano a sviluppare capacità spaziali autonome affidandosi esclusivamente a Pechino?

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Lock in tecnologico

Se un Paese del Sahel o del Nord Africa decide di allineare le proprie infrastrutture critiche agli standard cinesi, integrando i sistemi BeiDou per la logistica e utilizzando satelliti di telerilevamento cinesi per il monitoraggio dei confini, si crea una dipendenza strutturale. È come costruire una rete ferroviaria con uno scartamento diverso: una volta posati i binari, cambiare diventa un’impresa costosissima, se non impossibile. I satelliti di telerilevamento venduti o donati da Pechino ai paesi africani possiedono una natura intrinsecamente duale. Gli stessi occhi orbitali che possono monitorare la siccità nel Sahel possono essere utilizzati per mappare le basi militari, tracciare i movimenti delle forze speciali italiane o alleate, e supportare sistemi d’arma di precisione. La Cina è ben consapevole di questo, e la sua disponibilità a trasferire queste tecnologie è un’arma geopolitica da monitorare.

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Gli accordi

Al momento il Paese che ha ufficialmente adottato tecnologia cinese è il Niger. Dopo la rottura dei rapporti con la Francia la giunta locale nel novembre del 2024 ha siglato un memorandum con la russa Glavkomos con l’obiettivo di fornire alle truppe immagini utili al confronto sul terreno con le milizie jihadiste. L’ingresso dei cinesi è molto più recente, probabilmente alla fine dello scorso anno. E apre uno scenario diretto sulla competizione con l’Italia, unico Paese occidentale presente con le proprie truppe. In relazione al Burkina Faso le informazioni riportano a un comunicato ufficiale del governo cinese che cita, nell’ambito dell’iniziativa Belt and road un accordo di cessione della tecnologia BeiDou per il monitoraggio di un ospedale durante il periodo Covid. Cosa avvenuta anche in Libano in anni più recenti per la costruzione del porto di Beirut. Il Senegal, a sua volta, ha stretto accordi con Cnsa, China National Space Administration, per cooperare sull’International lunar research statio (Ilrs), il progetto cinese di ricerca lunare. Nel 2021 a Pechino si sono ritrovati i rappresentanti di 50 Paesi africani per firmare un accordo quadro con China Satellite Navigation office (Csno) e da allora le singole partnership sono cresciute in numero e qualità. L’Egitto, ad esempio, ha sviluppato ben due progetti di ampia scala con China Academy of Space and Technology nell’ambito del modello AIT. In occasione del forum Xu Hongliang, allora segretario generale di China National Space Administration, si è detto disponibile a condividere un numero maggiore di informazioni per sviluppare lo scambio di professionalità in modo da render ei Paesi africani autonomi dal punto di vista satellitare.

Il ruolo russo

Nel 2020, i seguenti Paesi africani hanno lanciato in orbita satelliti: Sudafrica, Algeria, Angola, Egitto, Etiopia, Ghana, Kenya, Marocco, Nigeria e Sudan. Pionieri grazie a decenni di investimenti strategici e partnership internazionali, Egitto e Sudafrica hanno ciascuno 13 satelliti in orbita. La Nigeria, con sette satelliti, è un attore chiave dell’Africa occidentale. L’Algeria ne possiede sei. Il Ghana ha sviluppato GhanaSat-1. Il Regno del Marocco è un leader nel settore, avendo acquisito il satellite Mohammed VI A, del valore di 500 milioni di dollari. Gli altri Paesi africani, soprattutto quelli del Sahel, devono cooperare con questi satelliti, affidarsi a partner internazionali oppure impiegare droni. I droni hanno capacità di sorveglianza e di elaborazione dei dati significativamente inferiori rispetto ai satelliti. Tuttavia, queste piattaforme aeree possono essere utilizzate anche per attacchi. I tre Paesi dell’AES hanno firmato un accordo di cooperazione spaziale con il loro nuovo partner strategico, la Russia, a Bamako il 23 settembre 2024. L’accordo è stato firmato con Glavkosmos, una filiale dell’agenzia spaziale russa Roscosmos. Due satelliti sono al centro di questa iniziativa. Uno sarà dedicato alle telecomunicazioni e promette un miglioramento della copertura internet, oltre a un potenziamento delle trasmissioni radiofoniche e televisive. Il secondo sarà dedicato all’osservazione della Terra. Grazie alle sue capacità di imaging ad alta risoluzione, dovrebbe essere di grande aiuto nella sorveglianza delle frontiere e nella prevenzione dei rischi di insurrezione. Nel gennaio 2026, in particolare, la Russia e il Burkina Faso hanno iniziato a valutare la costruzione di un satellite per comunicazioni destinato ad accelerare la trasformazione digitale del Burkina Faso, aprendo la strada a servizi di connettività, mappatura e allerta precoce. Progettato per coprire la regione del Sahel, il satellite punterà anche a proteggere le comunicazioni governative e a rafforzare la resilienza delle reti durante le crisi.

La competizione

In questo scenario, l’industria spaziale italiana si trova ad affrontare una competizione sbilanciata. L’Italia è la terza potenza spaziale in Europa, con un’industria capace di progettare e costruire satelliti di altissima qualità. Le aziende nazionali partecipano regolarmente a gare internazionali per fornire tecnologie ai paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. L’Egitto, ad esempio, è un partner storico dell’Italia nel Mediterraneo, e Roma ha sempre cercato di mantenere una forte influenza nel settore della difesa e dello spazio al Cairo. Pechino non compete solo sulla qualità, compete sul modello: offre prezzi stracciati, finanziamenti agevolati attraverso le banche statali cinesi, trasferimenti tecnologici immediati e zero interferenze negli affari interni. Ed è qui che la Cina sta espandendo la sua cooperazione spaziale offrendo pacchetti satellitari per l’agricoltura di precisione, la gestione delle risorse idriche e la sicurezza dei confini. Per un governo nel Sahel, avere un satellite che monitora i movimenti dei gruppi armati lungo i confini porosi del deserto è una questione di sopravvivenza.

Visioni opposte

Mentre ci avviciniamo alla metà degli anni Venti, la competizione tra le diverse visioni dello spazio non è più solo una questione di chi arriverà prima al Polo Sud della Luna. È lo scontro tra due modelli radicalmente opposti di governance globale. Da una parte, un modello occidentale che promuove principi di trasparenza e interoperabilità. Dall’altra, un modello cinese che offre accesso universale e trasferimento di tecnologia, ma chiuso e vincolante. Il Mediterraneo allargato e il Sahel, con le loro immense risorse, la loro posizione strategica e la loro fame di sicurezza e modernizzazione, sono il banco di prova di questa nuova guerra fredda orbitale. E in questa nuova frontiera, la sicurezza di Roma non si decide più solo a Lampedusa o nel Canale di Sicilia, ma a quattrocento chilometri di altezza, in orbita, dove chi possiede i dati, possiede il futuro.

Charlye Ghezzi è analista geopolitico e specialista in tecnologia e sicurezza governativa

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