Il fotografo giramondo che rivela l’essenza delle migliori architetture
Massimo Listri. Negli anni ha creato un suo stile inconfondibile. Gli interni e gli ambienti visti da lui acquistano senso e meraviglia. Vende all’estero, colleziona e ama la bella vita
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«Non so bene che cosa faccio. Non esiste una definizione della mia professione. Non siamo in tanti a fotografare le architetture e gli ambienti. Negli anni Settanta la fotografia o era industriale e sociale o non era. Io, per vivere, ho lavorato con soddisfazione per le grandi riviste internazionali, come Life e Stern. Per i reportage fotografici non esistevano mai problemi di budget. Potevo stare un mese in Laos, due in Messico e di nuovo un mese in Australia, senza che nessuno dell’amministrazione proferisse parola. I giornali erano ricchissimi. I compensi per chi scattava le fotografie erano molto alti, ancora più di quelli già ben pasciuti destinati a chi scriveva i testi. Nella costruzione della mia identità visiva, mi sono poi concentrato sull’architettura e sugli interni».
Chiedilo al Sole
«Non so bene che cosa faccio. Non esiste una definizione della mia professione. Non siamo in tanti a fotografare le architetture e gli ambienti. Negli anni Settanta la fotografia o era industriale e sociale o non era. Io, per vivere, ho lavorato con soddisfazione per le grandi riviste internazionali, come Life e Stern. Per i reportage fotografici non esistevano mai problemi di budget. Potevo stare un mese in Laos, due in Messico e di nuovo un mese in Australia, senza che nessuno dell’amministrazione proferisse parola. I giornali erano ricchissimi. I compensi per chi scattava le fotografie erano molto alti, ancora più di quelli già ben pasciuti destinati a chi scriveva i testi. Nella costruzione della mia identità visiva, mi sono poi concentrato sull’architettura e sugli interni».
Massimo Listri, classe 1953, ha in realtà le idee ben chiare. Ha costeggiato la stampa periodica italiana ed internazionale, nell’epoca aurea in cui i giornali erano i giornali e non gli involucri svuotati e poveri di oggi. Si è avventurato nell’estetica della fotografia di ambienti e di architettura, costruendo uno stile riconoscibile, in grado di contemperare aspetti concettuali e vibrazioni emotive. Con la sua capacità di unire la ricerca elitaria e senza snobismi al gusto popolare e mai plebeo, ha fondato una vera e propria scuola nella fotografia di architettura e di ambienti che, per la originalità della vocazione, ha un solo iscritto: lui medesimo.
Siamo alla Trattoria del Carmine, in Piazza del Carmine. Il caldo rimane fuori. L’oste è riuscito a creare con finestre e porte aperte una serie di piccole correnti di aria fresca. Pieno agosto, nessun turista italiano o straniero ai tavoli. Tutti fiorentini, tutti del quartiere. Lavoratori e lavoratrici sono impegnati a mangiare portate su portate e a bere vino rosso dalle caraffe. Uno non ce la fa più e si slaccia i primi cinque bottoni della camicia. Questo gesto di arresa al caldo non sarà elegante, ma è umano. Mi emoziona pensare che, mentre io e Listri siamo qui insieme e i fiorentini in pausa pranzo ridono e scherzano rumorosamente, nella chiesa accanto ci sono gli affreschi di Masaccio, nel silenzio e nella bellezza dei secoli. L’oste porta i menù e non la prende benissimo quando diciamo no, fa troppo caldo, solo acqua minerale, niente Chianti e nemmeno un Morellino di Scansano.
Massimo, che da giovane ha avuto problemi economici significativi (il padre Pier Francesco era un gentiluomo poco avvezzo alle cose pratiche alla “Conte Max” di Vittorio De Sica e propenso al divertimento alla “Amici Miei” di Mario Monicelli), ha trovato il successo internazionale e un benessere finanziario e patrimoniale che, nel lavoro culturale, è la grazia di pochi, anzi pochissimi. La sua prosperità economica è basata – in particolare – sui ricchi proventi garantiti dalle case d’arte e dai mercanti negli Stati Uniti dove vende, a quotazioni significative e a fronte di una domanda costante e robusta, il 70 per cento delle sue opere. Il riscontro del mercato è complementare al riconoscimento delle istituzioni, come per esempio testimoniano gli incarichi affidatigli dal Quirinale per fotografie, libri, mostre. Un lavoro con le istituzioni che, però, non ha reso opaco e serioso il suo stile né tronfio e fintamente modesto il suo atteggiamento.








