Il Global Innosystem Index di Teha

Il freno da capitale umano e investimenti: Italia solo 31esima nell’innovazione

Il paese non migliora la propria classifica. Tra i punti di forza la qualità della ricerca e le dotazioni tecnologiche per il supercalcolo

di Luca Orlando

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Alle spalle del Portogallo. Ma anche di Lituania e Nuova Zelanda, Repubblica Ceca e Lettonia. L’elenco è in realtà molto più lungo, tenendo conto che la posizione dell’Italia è arretrata, solo al 31esimo posto.

Risultato non confortante quello che emerge dal Global Innosystem Index 2026 di Teha, rapporto che viene presentato oggi alla 15a edizione del Technology Forum del gruppo a Stresa.

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Pochi investimenti, competenze Stem ancora limitate, risorse ridotte al servizio della crescita, una quota minima di laureati. Sono le criticità principali dell’ecosistema nazionale dell’innovazione, caratteristiche che penalizzano il nostro paese nel confronto globale.

L’Indice sintetico realizzato mette a confronto la capacità di innovazione dei 49 Paesi in tutto il mondo attraverso cinque macro-dimensioni: Capitale Umano, Risorse finanziarie a supporto dell’innovazione, Innovatività dell’ecosistema, Attrattività dell’ecosistema ed Efficacia dell’ecosistema innovativo.

Nel ranking globale l’Italia si posiziona al 31° posto, stabile rispetto all’edizione comparabile del 2023. In testa alla classifica si collocano Singapore, Israele e Regno Unito, mentre Australia e India sono i Paesi che hanno registrato i progressi più significativi rispetto alla precedente rilevazione.

La distanza dell’Italia dai Paesi leader emerge soprattutto sul fronte del Capitale Umano, dove l’Italia è 33ma, penalizzata dal basso numero di laureati Stem e dalla spesa pubblica in istruzione; si posiziona, inoltre, al 37° posto per investimenti pubblici in educazione in rapporto al Pil. Criticità anche per quanto riguarda le risorse finanziarie a supporto dell’innovazione, ambito in cui l’Italia è 30ma: frenata dagli investimenti privati in ricerca e sviluppo (valgono lo 0,79% del Pil, salgono all’1,38% quelli complessivi), mentre il venture capital si ferma allo 0,03% del Pil.

Le performance migliori arrivano invece dall’efficacia dell’ecosistema innovativo e dalla solidità industriale e scientifica del Paese, che si distingue per qualità della ricerca, dei brevetti, export manifatturiero e presenza di infrastrutture strategiche come i supercomputer, ambito nel quale l’Italia si colloca al 7° posto mondiale.

«Questi dati - dichiara Valerio De Molli, Managing Partner & Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group - confermano che i Paesi più competitivi sul terreno dell’innovazione sono quelli che puntano sul capitale umano e su ricerca e sviluppo. L’Italia purtroppo continua a scontare un ritardo strutturale proprio su questi fronti. Il nostro Paese destina all’istruzione il 4,07% del PIL, contro il 7,3% della Svezia, che guida la classifica mondiale per capitale umano. Anche sul fronte della formazione universitaria il gap resta ampio: in Corea del Sud circa il 71% dei giovani è laureato, mentre in Italia siamo poco sopra il 31%. Questo si traduce in una minore disponibilità di competenze avanzate, fondamentali per sostenere l’innovazione e accompagnare la trasformazione del sistema industriale. Allo stesso tempo, però, l’Italia dispone di asset strategici su cui costruire una crescita futura: la qualità della ricerca scientifica, la forza del proprio export manifatturiero e infrastrutture tecnologiche di eccellenza. Per consentire al nostro Paese di tornare a competere con i principali ecosistemi globali sarà quindi essenziale creare condizioni favorevoli allo sviluppo di talenti, imprese innovative e capitale privato. È su questi fattori che si giocheranno la crescita industriale e l’occupazione nei prossimi anni».

Dove eccelle l’Italia

Sul fronte dell’efficacia dell’ecosistema innovativo, l’Italia si conferma tra i Paesi più solidi a livello internazionale: con un punteggio di 4,53 è sesta nel mondo (prima di Germania, Francia e Cina) per efficacia nel trasformare ricerca e innovazione in risultati economici concreti. A guidare la classifica sono Singapore (4,85), Estonia (4,68) e Israele (4,64). Emerge anche la qualità della ricerca scientifica: l’Italia è quinta per numero di pubblicazioni (circa 814mila) e citazioni (circa 4.365), indicatori che misurano l’impatto e la rilevanza internazionale della produzione accademica di un Paese.

L’Italia si distingue inoltre per la bilancia commerciale di servizi R&D, dove occupa il 6° posto mondiale con un saldo di 3,71 miliardi di dollari, dietro Stati Uniti (16,55), Canada (8,28), Israele (8,24), India (6,80) e Regno Unito (5,94).

Questo parametro è rilevante in quanto evidenzia la competitività globale di un Paese nell’offerta di servizi di ricerca avanzata, un ambito strettamente legato alla leadership nell’innovazione.

Un altro elemento di forza è rappresentato dalla capacità computazionale: l’Italia è 7ma al mondo per potenza di calcolo dei supercomputer grazie alla presenza sul territorio nazionale di infrastrutture (High Performance Computing) tra le più avanzate al mondo, asset strategico per applicazioni di intelligenza artificiale e analisi di grandi moli di dati.

La Finlandia guida la classifica con un valore di 69,64 di potenza di calcolo dei supercomputer ogni 1.000 abitanti, seguita da Svizzera (50) e Stati Uniti (20,47); l’Italia registra una performance significativa, con un punteggio di 15,08. L’Italia ottiene inoltre risultati soddisfacenti sul fronte dell’attrattività internazionale (Global Attractiveness Index): è 15ma (con un punteggio di 60,30) sulla base di un indice che misura l’attitudine ad attrarre investimenti, talenti e innovazione attraverso parametri legati a apertura internazionale, efficienza, dotazione infrastrutturale. Qui il ranking è guidato da Stati Uniti, Cina e Germania.

Il freno all’innovazione

Nella macro-area “Human Capital” l’Italia si colloca al 33° posto mondiale (con un punteggio di 3,35) in lieve miglioramento rispetto al 2023 ma ancora molto distante dai Paesi leader: la classifica, infatti, è guidata da Svezia (8,07), Danimarca (7,25) e Corea del Sud (7,01). Uno dei principali fattori che penalizzano il Paese è il livello degli investimenti pubblici in istruzione. L’Italia è 37ma per spesa pubblica in educazione in rapporto al PIL (con il 4,07%) contro il 7,32% della Svezia, il 7,29% dell’Islanda e il 6,38% della Finlandia.

A questo si aggiunge il ritardo sul fronte della formazione universitaria: solo il 31,58% della popolazione tra 25-34 anni è laureata, dato che colloca l’Italia al 35° posto mondiale, lontana dalla Corea del Sud (70,55%, più del doppio del nostro Paese), dal Canada (68,86%) e dal Regno Unito (60,32%).

Anche gli indicatori legati alle competenze tecnico-scientifiche mostrano un ritardo rispetto ai principali competitor internazionali: l’Italia è 21ma per quota di laureati in discipline scientifiche (23,55% del totale dei laureati), contro il 35,5% della Germania, il 30,95% della Corea del Sud e il 30,52% dell’Austria; è inoltre 27ma per presenza di università nella top 200 mondiale con appena il 6,98% degli atenei classificati tra i migliori al mondo (lontanissima dai numeri del podio: il 69,23% nei Paesi Bassi; il 62,5% della Svezia; il 60% della Danimarca). Di conseguenza restano deboli le performance legate all’attrattività internazionale del sistema formativo e della ricerca: il Paese è 30° per attrattività nei confronti degli studenti internazionali, con un tasso di inbound mobility del 4,84%, contro il 65% degli Emirati Arabi Uniti, il 31,63% dell’Australia e il 23,41% del Regno Unito.

Anche sul fronte delle risorse finanziarie a supporto dell’innovazione, l’Italia si ferma alla 30ma posizione (con un punteggio di 1,15 in peggioramento rispetto all’1,62 registrato nell’indice 2023) in una classifica guidata da Israele (6,47), Corea del Sud (4,96) e Stati Uniti (4,44). A incidere è soprattutto il limitato livello degli investimenti privati e pubblici in ricerca e sviluppo

Ritardo negli investimenti che si riflette anche nello sviluppo di startup tecnologiche: l’Italia è infatti solo 34ma per numero di unicorni tecnologici, con appena 0,05 unicorni per milione di abitanti, contro i 2,65 di Singapore, i 2,21 di Israele e i 2,11 degli Stati Uniti.

Tra le maggiori fragilità dell’ecosistema innovativo italiano emerge inoltre la limitata disponibilità di competenze digitali avanzate: l’Italia è tra i Paesi meno avanzati per numero di sviluppatori software, posizionandosi 42ma con 28,79 developer ogni 1.000 abitanti, meno di un decimo di Singapore (297,19), e molto distante da Paesi Bassi (102,76) e Islanda (98,86).

Debole infine il posizionamento nei settori ad alta tecnologia: è solo al 35° posto per quota di esportazioni high-tech e al 33° per la bilancia commerciale dei prodotti ad alta tecnologia, con un saldo negativo tra importazioni ed esportazioni, segnale di una dipendenza tecnologica ancora significativa dall’estero.

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