Sviluppo sostenibile

Il futuro delle Maldive passa dall’alleanza tra imprenditori, ricercatori e turisti

Collaborazione tra tre resort del gruppo Planhotel, Università Bicocca e il MarHE Center per la conservazione marina

Un esempio di reef star: struttura metallica esagonale su cui vengono fissati i coralli per ricreare habitat nelle aree degradate Courtesy/ foto di Inga Dehnert

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Trasformare gli atolli in laboratori per la mitigazione dei danni da climate change e per l’educazione ambientale, puntando sull’alleanza tra imprenditori dei resort, ricercatori universitari e turisti. Succede alle Maldive, dove le barriere coralline sono insieme ecosistema che produce ricchezza economica e di vita marina e protezione naturale delle coste dall’innalzamento del mare per i cambiamenti climatici. Qui il ripristino dei coralli non è un’attività accessoria ma sopravvivenza, visto che l’intero arcipelago rischia di finire sott’acqua nei prossimi decenni.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Nei resort Diamonds Thudufushi, Diamonds Athuruga e Sandies Bathala, Planhotel Hospitality group prova a tenere insieme ospitalità, ricerca scientifica e conservazione. «La cura dell’ambiente nelle destinazioni dove operiamo è sempre stata al centro delle nostre attenzioni, per questo abbiamo stretto una partnership con l’Università di Milano-Bicocca in quanto leader nella biologia marina», spiega Sara Rosso, presidente di Planhotel.

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La collaborazione con l’ateneo milanese e con il MaRHE Center, la sua stazione di ricerca sull’isola di Magoodhoo, è infatti il nodo scientifico del progetto. E i laboratori marini dei resort sono inseriti in una rete che ospita studenti, ricercatori, monitoraggi di lungo periodo e attività sul campo, diventando negli anni uno spazio in cui la ricerca convive con l’educazione ambientale e dove vengono utilizzati anche strumenti avanzati: dalle analisi del Dna alla stampa 3D.

A coordinare il lavoro scientifico è Inga Dehnert, marine research manager. Sulle isole operano biologi residenti, affiancati da stagisti, spesso studenti di scienze marine della Bicocca, che restano tre-sei mesi e raccolgono dati per progetti di ricerca. «Riuniamo una rete eterogenea di soggetti attorno a un obiettivo comune: promuovere la conservazione marina e il turismo sostenibile attraverso azioni basate sulla scienza», spiega Dehnert. Le attività vengono definite attraverso obiettivi condivisi e protocolli di monitoraggio. Si misurano copertura corallina, crescita e sopravvivenza dei coralli, comunità ittiche, biodiversità e comparati i risultati dei diversi interventi.

Gli interventi

Le tre isole non applicano lo stesso schema. Fondali, profondità, esposizione alle correnti, stato di degrado e comunità coralline cambiano da un luogo all’altro. «Nel ripristino dei coralli non esiste una soluzione universale», osserva Dehnert. A Thudufushi il programma di adozione delle strutture coralline è attivo dal 2015, tra i più longevi alle Maldive. Qui la piattaforma corallina ha consentito un intervento su larga scala con i “MARRS reef stars”: strutture esagonali in acciaio su cui vengono fissati frammenti di corallo e che servono a ricreare un appoggio stabile nelle aree degradate della barriera. La grande installazione realizzata sull’isola conta oggi oltre 1.500 reef stars sui fondali. Il monitoraggio mostra crescita dei coralli, buoni tassi di sopravvivenza e un habitat più complesso, cioè con più spazi e rifugi per la fauna marina.

Athuruga racconta invece una storia diversa. La barriera, un tempo considerata tra le più belle dell’atollo, è stata colpita dall’epidemia di stelle marine “corona di spine” del 2015-2016 e poi da uno sbiancamento di massa. Qui l’intervento si concentra sui vivai a mezz’acqua: frammenti di corallo vengono coltivati sospesi, controllati nella crescita e poi trapiantati sulla barriera. A Bathala, isola più piccola ma con una morfologia molto varia, si combinano invece vivai su corde e strutture di sostegno per i coralli, accanto ad attività di educazione ambientale.

Laboratori viventi

I resort diventano così anche laboratori viventi: si testano materiali e tecniche in condizioni reali, seguendo quasi ogni giorno l’evoluzione degli interventi. Si lavora sui suoni della barriera registrati con microfoni subacquei o sull’individuazione di grandi colonie antiche, che possono aiutare a capire perché alcuni coralli resistano meglio nel tempo. Anche gli ospiti spesso entrano nel processo come parte attiva: «Il loro coinvolgimento è parte delle esperienze che portano valore aggiunto», sottolinea Rosso.

Resta il limite di fondo. Il restauro può accelerare il recupero, ma non salva da solo le barriere dal riscaldamento degli oceani. A Thudufushi, Athuruga e Bathala il monitoraggio prima, durante e dopo eventi estremi, come per esempio i grandi sbiancamenti, serve a capire quali specie, aree e condizioni resistano meglio allo stress termico. Ma spiega Dehnert, il successo del ripristino dei coralli va ben oltre il semplice trapianto dei coralli: è una possibilità data ai reef più resilienti, ma da sola non basta. «Un vero recupero dell’ecosistema richiede il ripristino delle funzioni ecologiche, il sostegno alla biodiversità, il mantenimento della qualità dell’acqua e la garanzia che i coralli possano sopravvivere e riprodursi naturalmente nel tempo».

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