Rapporti con l’Italia

Makhzoumi: «Il Libano deve diventare produttore di gas e soprattutto fornitore di energia»

Intervista al politico e magnate Fouad Makhzoumi. «Il deep state detiene ancora oggi il controllo del Paese. Se riusciremo a far riprendere allo Stato il controllo del territorio, facendo sì che solo lo Stato sia armato e non le milizie, allora si potrà pensare allo sviluppo». Idee e spunti per far partecipare il Libano alla ricostruzione della Siria e «per creare un ruolo dentro lo schema delle nuove rotte energetiche».

Fouad Makhzoumi

6' di lettura

English Version

6' di lettura

English Version

24OreNextMed ha intervistato Fouad Makhzoumi, il deputato libanese e miliardario che ha realizzato la sua fortuna nel settore delle condutture in fibra di vetro, trasformando una piccola start-up locale ad un gigante globale. È entrato in politica in Libano come outsider per contribuire a cambiare il futuro del Paese. In particolare, per superare l’ostacolo più importante a suo avviso per lo sviluppo economico del Libano, l’esistenza del deep state. Esperto del settore energetico nel Mediterraneo orientale offre la sua prospettiva sul futuro nell’area ed opportunità per l’imprenditoria italiana nella regione Mena.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

In un recente articolo di opinione pubblicato da lei per The Economist, descrive un programma per riprendere il controllo di Beirut, e include: non solo la ricostruzione, ma lo sviluppo economico del Paese. Può spiegare cosa comporterebbe?

Loading...

«In Libano, il “deep state” è nato al momento della nostra indipendenza nel 1943 e detiene ancora il controllo sul Paese. Il problema è la copertura politica che utilizza: prima c’era la questione della Palestina, poi la Siria, ora Hezbollah. L’idea centrale è di favorire lo sviluppo delle parti più povere del Paese (la parte orientale, al confine con la Siria, nel Nord e nel Sud). Si è investito poco in queste aree per promuoverne lo sviluppo. La geografia determina la geopolitica di ogni Paese. Non si può vivere in una nazione in cui la maggior parte dei suoi confini sono aree di conflitto. Se riusciremo a far riprendere allo Stato il controllo di tutto il territorio, facendo sì che solo lo Stato sia armato e non le milizie, sarà compito delle istituzioni prendersi la responsabilità di promuovere lo sviluppo, non solo la ricostruzione. I piani di ricostruzione sono concepiti immaginando che quanto costruito, dopo qualche anno verrà distrutto nuovamente, mentre un nuovo sviluppo significa che lo Stato investe e costruisce strade, scuole, ospedali, reti idriche ed energetiche. Questo approccio porterebbe la popolazione ad essere attaccata al proprio territorio, ma con la propria lealtà rivolta verso lo Stato non a Hezbollah o ad altri partiti politici, fenomeno che invece vige da tanti anni in Libano. Fino ad adesso, il governo era costretto dal “deep state” a finanziare i partiti politici, permettendo loro di mantenere il controllo delle loro municipalità ed aree».

Dopo aver incontrato il presidente del Libano, Joseph Aoun (6 luglio 2026), lei ha dichiarato che l’accordo quadro tra Israele e Libano rappresenta un’occasione storica per ripristinare la sovranità dello Stato. Quali conseguenze ha avuto l’attuale guerra (nella quale il Libano è entrato per volontà di Hezbollah, non per una decisione dello Stato), il 2 marzo, sugli accordi marittimi siglati dal Libano ed Israele nel 2022 e cosa si aspetta per il futuro?

«Già nel 2015 invitai Amos Hochstein in Libano per parlare, a una conferenza che avevo organizzato, focalizzata sull’obiettivo del Libano di diventare un Paese produttore di gas. Ma a quell’epoca, prima che il presidente Biden lo nominasse emissario speciale della Casa Bianca per il Medio Oriente, Hochstein disse chiaramente che tutti gli indicatori mostrano la presenza di giacimenti di gas, ma se non si fosse arrivati a un accordo di pace nella regio-ne, sarebbe stato molto difficile per le compagnie iniziare l’estrazione di gas a fini commerciali. Perché nessuna grande compagnia avrebbe investito in un’area di conflitto. Facendo riferimento all’ultimo rapporto di qualche anno fa, non sappiamo ad esempio se la compagnia Total avrebbe trovato del gas se avesse continuato le esplorazioni. Tuttavia, credo ci siano alte probabilità di presenza di gas come abbiamo visto a Cipro ed in Israele. Siamo nello stesso bacino e dunque credo ci sia del gas anche in Libano, ma se non otteniamo prima la pace, dubito che il Paese vedrà mai la produzione di petrolio o gas».

Nel corso della sua carriera imprenditoriale, avendo fondato Future Pipe Industries, membro della commissione Trilaterale, ha fondato il partito del Dialogo Nazionale, lei rappresenta l’immagine di un self-made man, ma quando è entrato in scena in politica in Libano era considerato un outsider. Quali benefici ed opportunità economiche ritiene possano esserci per il Libano con l’attuale ricostruzione della Siria? 

«La compagnia che ho fondato oggi è presente in cinque continenti ed è una delle più grandi società al mondo nel settore, con sedi di produzione in tredici Paesi ed è in costante espansione. Dopo aver perso mio figlio, nel 2014 le mie tre nipotine mi chiesero se volessi che tornassero in Libano. In quel momento gli dissi di no perché non lo vedevo, per come il Libano era gestito, come un’opzione da perseguire per i giovani. Poi mi sono reso conto che non si può impedire alle persone di far ritorno al loro Paese, i tempi cambiano ed il Libano negli anni ha sempre conosciuto il cambiamento come una costante. E per questa ragione decisi di entrare in politica nel 2018 e venni eletto nel mio distretto. Nella mia esperienza come imprenditore in differenti Paesi al mondo ho capito che i problemi del Libano sono come quelli di tanti Paesi. Eccetto per il fatto che qui manca la volontà politica, per via del “deep state” che non permette al cambiamento di mettere radici, perché chi fa parte del sistema trae benefici dalla situazione. E non mi riferisco solo a Hezbollah, loro sono una milizia che protegge la mafia che è trasversale e presente in tutte le divisioni settarie del Paese e nella maggior parte della classe politica. L’unico modo di cambiare le cose è di portare il cambiamento da dentro. Iniziammo subito mettendo insieme un gruppo di parlamentari per lanciare le necessarie riforme finanziarie del Paese. Quando arrivò il momento dell’elezione del primo ministro [per consuetudine costituzionale è di confessione Sunnita], io ero uno dei tre candidati. Ma decisi di ritirarmi per appoggiare l’attuale PM, Nawaf Salam, bloccando la possibile elezione di Najib Mikati, che avrebbe dato il controllo a Hezbollah. Per quanto riguarda il Libano e la Siria, ci sono rapporti storici ed economici che ci legano. L’attuale ricostruzione della Siria, ora guidata dal presidente Al-Shaara, potrebbe certamente essere supportata dal Libano [beneficiando dunque anche il Libano]. Tuttavia, per fare questo, il Libano prima deve firmare un accordo di pace con Israele per poter partecipare alla ricostruzione della Siria prima, e poi dell’Iraq. Ma dobbiamo cambiare il nostro regime di tassazione per le compagnie offshore per attirare i loro investimenti. Con queste premesse credo che il Libano potrebbe essere un importante beneficiario del processo di ricostruzione della Siria».

Nel Mediterraneo orientale è in corso una competizione non così silenziosa per accaparrarsi le fonti energetiche, ed accadeva anche prima della guerra e della chiusura dello Stretto di Hormuz. Come vede il cambiamento strategico in atto per quanto riguarda l’acqua e le fonti energetiche nel Mediterraneo orientale?

«Quando gli Stati Uniti erano ancora un importatore netto di energia, era fondamentale essere coinvolti nella produzione di energia a livello globale. Oggi invece che gli Stati Uniti sono un esportatore netto di energia, è la fornitura dell’energia che è più importante della produzione. Oggi coloro che garantiscono la fornitura dell’energia traggono il maggiore beneficio dalla situazione. Ad esempio, il corridoio del Pakistan, Iran ed Afghanistan ora è diventato estremamente importante se si vuole collegare il Sudest asiatico con la Cina e l’India. Costruendo le condutture, il modo meno dispendioso di fornire energia, il passaggio di Hormuz diviene meno cruciale rispetto ad oggi. Certamente, la costruzione delle condutture comporta un investimento significativo, ma metterebbe a riparo tutta la regione dal punto di vista energetico da conflitti geopolitici. Negli anni Settanta si era discusso di un progetto per la costruzione di un corridoio del Golfo Arabico che doveva percorrere tutta l’area fino al Mar Rosso o fino al Libano e la Siria. Mentre negli anni Cinquanta c’erano due reti di oleodotti storici che arrivavano fino al Nord e Sud del Libano (dove al tempo c’erano raffinerie). Se oggi potessimo fare lo stesso con l’Iraq, offrendo loro una soluzione migliore di Tartus, credo che gli iracheni guarderanno al Libano come un porto per l’arrivo di pipelines e forse anche per la raffinazione. Questi sono alcuni esempi che i produttori di petrolio nel Mediterraneo orientale possono vedere nel Libano come una base per l’esportazione e una transizione per il futuro».

Quale ruolo vede lei per l’imprenditoria italiana in Libano, ed in quali settori, ci potrebbero essere opportunità che beneficino entrambi i Paesi?

Loading...

«Storicamente l’Italia è il secondo o terzo partner commerciale del Libano. Lavoriamo molto con le compagnie d’ingegneria italiane, con i vostri fornitori di componenti industriali (non mi riferisco a prodotti per i consumatori). L’Italia ha ancora un vantaggio sugli altri Paesi ma per trarne un beneficio maggiore dovrebbe espandere la prospettiva di come veicolare questo vantaggio. Credo che la premier Meloni sia molto focalizzata su questi aspetti. Il Ministero degli Affari Esteri potrebbe mostrare maggiore comprensione della situazione. L’Italia gode di rispetto nella nostra regione - esistono vere potenzialità -vediamo cosa è possibile realizzare insieme».

Riproduzione riservata ©
Loading...

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti