A tu per tu con Elisabetta Fabri

«Il made in Italy e l’approccio sartoriale rendono unici i nostri alberghi»

La presidente e ad di Starhotels ricorda gli inizi a New York e l’impegno per valorizzare e raccontare l’alto artigianato italiano

di Chiara Beghelli

Elisabetta Fabri è presidente e ad di Starhotels, il più grande gruppo indipendente italiano attivo nell’ospitalità, con 34 hotel e 4.500 stanze

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Dopo una visita alla Cappella Sistina, nel 1990 il dottor Frank Lynn Meshberger del St. John’s Medical Center di Anderson, Indiana, pubblicò sul« Journal of the American Medical Association» un articolo che suscitò scalpore, nel mondo della medicina come in quello dell’arte: osservando l’affresco del Giudizio Universale di Michelangelo, ravvisò nel mantello purpureo che avvolgeva Dio e i suoi angeli la sezione di un cervello umano, con ogni sua componente. Teorizzò che Michelangelo avesse così voluto rappresentare il dono più prezioso fatto da Dio alla sua più sofisticata creatura: la mente, con i suoi meccanismi e i suoi misteri. «Si dipinge con il cervello, et non con le mani», notò d’altra parte lo stesso Michelangelo.

Saltando di secoli e luoghi, e arrivando nella New York dei primi anni 90, l’atto di osservare accese una cruciale scintilla creativa in una giovane imprenditrice italiana in trasferta: «Avevo detto a mio padre che era ora di espandersi all’estero e di acquistare un albergo lì. Mi prese un po’ per matta, ma alla fine mi diede fiducia. Avevamo rilevato una struttura fino a quel momento gestita da imprenditori cinesi, che l’avevano arredata con gusto diciamo poco memorabile. Decisi di rinnovarlo con un approccio più italiano, e lo battezzammo The Michelangelo»: quello che porta a New York è uno dei ricordi più belli di Elisabetta Fabri, presidente e ad di Starhotels, il gruppo alberghiero fondato a Firenze dal padre Ferruccio nel 1980, di cui lei è alla guida dal 2000, che in questi anni ha portato all’estero e fatto diventare il primo in Italia per fatturato degli indipendenti del settore, con 315 milioni nel 2024, 34 hotel e 4.500 stanze. Ed è lì, in quell’hotel che parlava subito di italianità, che Fabri ebbe la sua visione del futuro: «Quando gli statunitensi si accorgevano che vivevo fra New York e Firenze mi dicevano “what a life!”, un commento che mi faceva capire quando amassero l’Italia, e che mi aprì gli occhi: avevo realizzato per la prima volta il privilegio di essere italiana – racconta –. Da lì, ho capito che c’era un incredibile potenziale nel valorizzare la nostra visione, il legame con le nostre città, la nostra arte, la nostra personalità. E da allora ogni hotel l’ho approcciato così, dando peraltro spazio alla mia originaria passione per l’architettura. Ho iniziato con il Tuscany, rilevando l’ex albergo Monginevro che la Lancia aveva aperto vicino al suo stabilimento nella periferia di Firenze. Era terribile. Abbiamo inserito elementi autenticamente toscani, i vasi di terracotta, la paglia, la pelle, una palette di verde salvia e rame. Dopo 21 anni è ancora molto fresco, molto contemporaneo».

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Così Elisabetta Fabri dava la sua interpretazione all’intuizione del padre, che voleva creare un sistema quasi industriale, molto codificato, di ospitalità. Lo stesso nome “Starhotels”, infatti, evoca una precisa lista di “standard”: «Sul fronte tutto rispetta e interpreta il genius loci di un luogo, ma dietro si muovono processi industriali molto precisi. E tutto funziona talmente bene che il cliente non se ne accorge. Abbiamo una grande sede, nel nostro ufficio centrale a Firenze ci sono 150 persone, ma il nostro approccio è sempre sartoriale. Il taglia e incolla è facile, ma non funziona. Si guardi intorno».

Siamo nella penthouse suite che occupa l’ultimo piano dell’Hotel d’Inghilterra, indirizzo simbolo di Roma da quando vi aprì, nel 1845, tra via Condotti e via Borgognona. Starhotels lo ha acquistato, ripensato e ristrutturato, sempre secondo i suoi standard sartoriali. Ci sono il camino originale del XIX secolo, i bassorilievi di Felice Calchi, le lampade delle Vetrerie Empoli, i tessuti creati da Rubelli elaborando motivi che ricorrono nell’albergo. «Questo luogo è sempre stato una sorta di casa, con una lunga storia, una precisa anima. Abbiamo rispettato lo spirito artistico della città, lavorando con i battiloro del centro storico, chiamato come consulente Paolo Antonacci, erede di una delle più antiche famiglie romane di antiquari. Vede queste porte dipinte? Le abbiamo recuperate, ci avevano suggerito di liberarcene. In realtà non buttiamo via nulla, anzi: in un magazzino di 2mila mq conserviamo gli arredi o gli elementi che non ci servono, ma magari recupereremo più avanti».

La valorizzazione e il racconto dell’alto artigianato italiano passa anche da un altro standard dell’azienda, codificato dall’ennesima intuizione, nata dall’osservazione, di Fabri: «Vivendo a Firenze mi sono resa conto di quanto l’artigianato fosse trascurato. Oggi è un tema molto seguito, un mondo visto e protetto, ma fino a qualche anno fa le botteghe chiudevano una dopo l’altra. Nel 2019 ho deciso di dare il mio contributo, con il progetto “La Grande Bellezza”, insieme alla Fondazione Cologni dei Mestieri d’Arte e a Gruppo Editoriale, per portare le creazioni di questo saper fare nelle nostre strutture in tutto il mondo, diventandone ambasciatori. Per i nostri alberghi cerchiamo di comprare il più possibile prodotti made in Italy, di aziende anche piccole e per oggetti minori: per gli ombrelli ricordo che è stato complicatissimo trovare chi ancora sapesse confezionarli. Organizziamo anche un concorso biennale riservato agli artigiani italiani, ai quali proponiamo un tema, quest’anno è “la bellezza dell’utile”. Sono arrivate molte proposte, al vincitore daremo la possibilità di esporre le sue creazioni, le acquisteremo e lo premieremo anche con 10mila euro, per contribuire ai suoi futuri progetti».

La conoscenza, e la promozione dell’artigianato, non passa però solo dagli oggetti, ma anche dal contatto, da una relazione diretta con i loro creatori, ed è per questo che Starhotels propone ai suoi ospiti anche visite ed esperienze negli atelier: a Firenze scoprono i tesori dell’Antico Setificio Fiorentino, a Venezia le maschere di Ca’ Macana, a Milano le creazioni del Laboratorio Paravicini. Gli stessi principi, peraltro, saranno applicati anche alle strutture in apertura, come l’Hermitage di Forte dei Marmi e il Villa Blu di Anacapri («che amo molto perché è la Capri più autentica», sorride Fabri).

Accade così che il turismo diventi propulsore per la manifattura, in risposta a chi sostiene che non si può abbandonare la tradizione industriale dell’Italia per alimentarne l’economia solo con chi vi soggiorna, rischiando peraltro le ormai ben note nefandezze dell’overtourism: «Su questo sono del tutto d’accordo, e le dirò di più: il mio obiettivo principale è tutelare le persone che abitano nelle città. Gli stranieri vengono per vedere l’Italia, ma anche gli italiani, il nostro stile di vita. Lo spopolamento dei centri storici è pericolosissimo, perché sono gli abitanti a renderli interessanti. Sa cosa mi chiedono a volte? “Dove possiamo trovare una boutique che sia diversa da quelle di Madison Avenue?”. Nello stesso tempo, e proprio per questo, è giusto promuovere anche i borghi, le destinazioni alternative, ma sempre con rispetto, come le nuove stagionalità. E credo sia molto attraente, e vada ancor più valorizzato, lo stile con cui noi italiani ci avviciniamo agli altri. Non so se sia qualcosa di innato, se derivi dall’ecosistema di relazioni in cui nasciamo e cresciamo, ma so bene che noi possediamo un’intelligenza emozionale che altri non hanno ed è apprezzata in tutto il mondo».

Tuttavia, proprio il tema della formazione per l’hôtellerie di alto livello è uno dei più urgenti: secondo gli ultimi dati di Fondazione Altagamma, dei 2,2 milioni di nuove risorse di cui l’industria del made in Italy d’eccellenza avrà bisogno entro il 2028, 32mila sarebbero destinate all’ospitalità. E questo mentre in Italia gli hotel di lusso si moltiplicano: Teamwork Hospitality stima che nel 2025 l’Italia ne offriva circa 750 e che entro due anni potrebbero salire di altri cento. Il nostro Paese, però, non ha ancora una scuola di alta formazione nell’hôtellerie, come la Svizzera con l’École Hôtelière di Losanna, dove hanno studiato sia Fabri sia sua figlia, che a 23 anni sta iniziando a seguire le orme della mamma in azienda.

Come attrarre giovani talenti è una delle sfide che sta più a cuore a Elisabetta Fabri anche nelle vesti di presidente di Confindustria Alberghi, mandato iniziato a fine 2024: «Questa industria è meravigliosa, ma i giovani spesso non lo immaginano, perché non la conoscono – racconta –, oppure la considerano un aggregato di lavori di serie B. Vorrei portarli da noi, far vedere loro che una giornata in albergo è sempre diversa, che ti puoi occupare di tutto, marketing, finanza, housekeeping, interior design. Ogni hotel offre una miriade di attività, tutte affascinanti, e altrettante storie. Mi piacerebbe molto che qualcuno girasse una serie sul mondo degli hotel, il set è già pronto», sorride.

Se fossimo stati nell’Ottocento, un ottimo protagonista sarebbe stato Antonio Gendre, direttore dell’Hotel d’Inghilterra fino al 1876, ricordato nella sua empatia e sollecitudine da Louise Colet, amante di Flaubert, nelle «cure perfette che non hanno vacillato nemmeno un minuto» durante il suo soggiorno a Roma, soprattutto quando trovò una soluzione per evitarle di cenare accerchiata da altri 200 ospiti, pellegrini inglesi in città per la settimana santa. «Io stessa ho passato un intero weekend a posizionare i quadri in questa penthouse, ma per me non è un peso. Amo molto tutto questo, se dovessi scegliere fra il regalarmi un gioiello o un hotel non avrei dubbi. In realtà, ora mi interesserebbe sperimentare le crociere, con una Starboat, chissà». Il maestro Michelangelo, a 87 anni, annotava: «Ancora imparo».

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