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Il manuale del proprietario

Warren Buffett REUTERS

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familyandtrends ha recentemente indicato, tra i compiti dell’Accademia che si occupa di imprenditoria familiare, quello di definire una teoria della proprietà delle aziende familiari. In questo percorso, un documento interessante è il “manuale del proprietario” scritto da Warren Buffett per Berkshire Hathaway, la più grande e di successo società di investimento dei nostri tempi. Buffett, peraltro, non è un grande estimatore del capitalismo familiare, che ha spesso definito “The Lucky Sperm Club”. Il documento è stato scritto nel 1999, in occasione della fusione con General Re, che aumentò il numero di azionisti di Berkshire e rese opportuno offrire ai nuovi azionisti un manuale per comprendere la loro nuova società. Ancora oggi, quel documento offre spunti interessanti per il capitalismo familiare.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il primo: l’importanza del coinvolgimento. Buffett scrive: “Mangiamo ciò che cuciniamo... La famiglia di Charlie [Munger, lo storico partner di Buffett] ha il 90% o più del proprio patrimonio netto in azioni Berkshire; mia moglie Susie e io ne abbiamo più del 99%. Inoltre, molti miei parenti, le mie sorelle e i miei cugini, ad esempio, mantengono una quota enorme del proprio patrimonio in azioni Berkshire”. Questo è un tratto distintivo e diffuso nell’imprenditoria familiare. Per proteggerlo è necessario che chi desidera essere coinvolto nell’attività, in qualunque modalità, mantenga “the skin in the game”. Il manuale continua: “Charlie e io non possiamo promettervi risultati. Possiamo però garantirvi che le vostre sorti finanziarie si muoveranno di pari passo con le nostre... Non abbiamo alcun interesse a ottenere grandi stipendi, stock option o altri strumenti che ci consentano di avere un vantaggio rispetto a voi”. Nelle aziende familiari, questo principio spesso si traduce in familiari coinvolti in impresa “sottopagati”. Questo non crea tensioni nella prima o seconda generazione, dove, come nel caso di Buffett, i grandi azionisti sono spesso coinvolti direttamente nell’impresa; nelle generazioni successive è invece opportuno trovare strumenti che riconoscano in modo equilibrato il maggior impegno e i risultati portati da familiari che, magari, hanno quote di proprietà piccole per l’effetto dei passaggi generazionali.

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Il secondo: il candore nella comunicazione. “Nel tempo, praticamente tutte le nostre attività hanno superato le nostre aspettative. Tuttavia, ogni tanto abbiamo anche delle delusioni, e cercheremo di informarvi su queste con la stessa franchezza con cui vi raccontiamo le esperienze più positive… In Berkshire … vi diremo sempre quanti colpi abbiamo impiegato in ogni buca e non manipoleremo mai il punteggio sulla scorecard”. Non è mai facile condividere, soprattutto in famiglia, le cose che sono andate male o gli errori che si sono commessi; spesso si teme di veder diminuire la propria autorevolezza e di perdere la stima di soci che hanno creduto e spesso indicato chi guida l’azienda. Il miglior suggerimento da dare a chi guida l’impresa, in questi casi, è ricordare Montanelli, che affermava: “Io non trovo mai nessuna difficoltà ad ammettere di essermi sbagliato, perché sono convinto che l’infallibilità sia un’esclusiva di Dio e degli imbecilli”.

Il terzo: l’importanza di continuare a investire con una saggia politica del dividendo. “Nel tempo abbiamo constatato che gli utili non distribuiti … sono stati … vantaggiosi. Questo risultato positivo si è verificato perché la maggior parte delle società in cui investiamo opera in business davvero eccellenti, che spesso riescono a impiegare nuovo capitale con grande efficacia: reinvestendolo nelle proprie attività oppure riacquistando le proprie azioni… Riteniamo che le nobili intenzioni debbano essere periodicamente verificate alla luce dei risultati. Misuriamo la saggezza della scelta di trattenere gli utili valutando se, nel tempo, ogni dollaro trattenuto genera per gli azionisti almeno un dollaro di valore di mercato”. Decidere di lasciare la ricchezza generata nell’impresa è il modo migliore per continuare ad accrescerla. La famiglia azionista ripete questa decisione ogni anno, al momento della determinazione del dividendo.

Il quarto: debito, con moderazione. “Usiamo il debito con parsimonia e, quando prendiamo denaro a prestito, cerchiamo di strutturare i nostri finanziamenti su base di lungo termine e a tasso fisso. Preferiamo rinunciare a opportunità interessanti piuttosto che appesantire eccessivamente il nostro bilancio con troppa leva finanziaria. Questo approccio prudente ha penalizzato i nostri risultati, ma è l’unico comportamento che ci lascia tranquilli, considerando i nostri doveri fiduciari verso … i finanziatori e i molti azionisti che hanno affidato alla nostra gestione una parte insolitamente rilevante del proprio patrimonio personale. Come disse uno dei vincitori della Indianapolis 500: per arrivare primo, devi prima arrivare al traguardo”. La prudenza nell’utilizzo del debito è una caratteristica confermata da ogni ricerca sulle imprese familiari. La motivazione è che gli imprenditori fanno lo stesso ragionamento di Buffett: “Il calcolo finanziario che Charlie e io utilizziamo non ci permetterebbe mai di sacrificare una buona notte di sonno per inseguire qualche punto percentuale in più di rendimento. Non ho mai creduto sensato rischiare ciò che la mia famiglia e i miei amici hanno e di cui hanno bisogno, per cercare di ottenere ciò che non hanno e di cui non hanno bisogno”. Il fatto che a dirlo sia il più grande investitore di Wall Street, che per molto tempo ha avuto più successo di tutte le super indebitate imprese e di tutti i super “levereggiati” hedge fund supporta la bontà delle decisioni degli imprenditori italiani. Questo non deve però portare a pensare che sia sempre meglio aprire il capitale a investitori terzi piuttosto che fare debito. Nello stesso manuale si legge: “Emetteremo azioni solo quando riceveremo in valore economico d’impresa almeno quanto cediamo”.

Il quinto: non si vende per un buon prezzo. “Dovreste essere pienamente consapevoli di un atteggiamento che Charlie e io condividiamo e che penalizza la nostra performance finanziaria: indipendentemente dal prezzo, non abbiamo alcun interesse a vendere le buone aziende possedute da Berkshire… Non abbiamo … preso in considerazione la vendita di attività che potrebbero spuntare prezzi molto elevati, né ci siamo liberati delle nostre attività più deboli, anche se ci concentriamo con grande impegno sulla soluzione dei problemi che ne causano il ritardo”. Ciò non significa che non si debba mai vendere, ma che, se l’unico motivo per cui si vende è “spuntare un prezzo” spesso si sta facendo una scelta poco saggia. Con lo stesso rigore con cui si cresce il patrimonio senza “spuntare un buon prezzo” non si deve intervenire sulle parti di attività che “causano ritardi” solo usando la soluzione del capitale: “…reagiamo con grande cautela ai suggerimenti secondo cui le nostre attività meno performanti potrebbero tornare a una redditività soddisfacente grazie a importanti investimenti di capitale. Le proiezioni saranno brillanti e i loro sostenitori sinceri, ma, alla fine, investire molto altro capitale in un settore pessimo è di solito gratificante quanto lottare nelle sabbie mobili”.

Si tratta di principi dettati da un grande investitore abituato ad attraversare gli insidiosi mari dello sfrenato e spietato capitalismo americano, e che pure non ha stima del capitalismo familiare. Eppure, proprio per questo, i suoi principi offrono spunti interessanti per le famiglie imprenditoriali. In fondo, Buffett stesso ha indicato come suo successore alla presidenza il figlio Howard, con l’obiettivo di mantenere fermi i valori che hanno guidato l’impresa. Qualcosa da insegnare dovrà pure averlo.

* Docente di Family Business Strategy - Università di Torino - bernardo.bertoldi@unito.it

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