Il Mediterraneo allargato (compresi i Balcani) è la prova strategica europea
La sfida è integrare i mercati, ma prima serve un concetto unico di sicurezza. Esiste la Conferenza di Monaco. Ma non esiste ancora una conferenza annuale Euromediterranea. L’Ue ha sbagliato a trattare l’aggressione russa contro la Georgia come un avvertimento lontano. Per questo dobbiamo pensare al Caucaso meridionale e a nazioni quali il Montenegro come un nostro confine
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I punti chiave
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Il Mediterraneo deve diventare la base per l’articolazione e il consolidamento di uno spazio più ampio che collega l’Unione europea con i Balcani occidentali, il Nord Africa, il Medio Oriente, il Golfo e, attraverso il Caucaso meridionale, l’Asia centrale. Deve essere lo spazio nel quale il futuro allargamento dell’Ue si fonde con la sua proiezione esterna. Per troppo tempo, la politica euromediterranea ha prodotto troppe istituzioni con troppo poco potere. Istituzioni, dichiarazioni, riunioni ministeriali, piani d’azione. Non sempre tutto questo è stato utile. Nulla di tutto questo è sufficiente. Alla regione non mancano le dichiarazioni istituzionali. Siamo stanchi di leggere comunicati che esprimono “profonda preoccupazione” e poco altro.
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Il Processo di Barcellona
Il Processo di Barcellona, avviato nel 1995, resta il miglior punto di riferimento perché aveva un metodo. Organizzò le relazioni euromediterranee attorno al dialogo politico, al partenariato economico e alla cooperazione sociale, culturale e umana. Punti concreti nell’agenda, obiettivi realizzabili: accordi di associazione, liberalizzazione commerciale, scambi universitari e cooperazione finanziaria. Aveva dei limiti, ma per la prima volta creò un progetto attraente e un quadro comune. Il consiglio di Jean Monnet per la costruzione europea è anche quello che dovrebbe guidare questa sfida mediterranea: l’Europa non sarebbe stata costruita in una sola volta, né secondo un unico disegno, ma attraverso realizzazioni concrete capaci di creare solidarietà di fatto. Il Mediterraneo ha bisogno esattamente di questo: meno vertici teatrali e più interconnessioni; meno comunicati finali e più porti, reti elettriche, laboratori, mobilità studentesca, canali di sicurezza e piattaforme d’investimento.
L’Unione per il Mediterraneo ha cercato di dare nuova vita all’eredità di Barcellona. Ha inserito tutti gli Stati membri dell’Ue nel quadro di cooperazione. Non ha funzionato secondo il disegno originario. Un tavolo più ampio può significare maggiore legittimità, ma anche minore agilità. La macchina intergovernativa dell’UpM è stata troppo pesante per una regione nella quale le crisi si muovono più rapidamente dei comunicati. Sul piano istituzionale, ad esempio, l’Assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo è ai minimi e resta legata ai limiti dell’intero sistema UpM. Al contrario, l’Assemblea parlamentare del Mediterraneo ha mostrato la forza di un organismo parlamentare autonomo: flessibilità, iniziativa, prossimità politica, capacità di riunire legislatori, esperti, imprese e attori della sicurezza senza attendere un perfetto allineamento diplomatico che non arriverà mai. In una regione frammentata, la diplomazia parlamentare non dipendente dai poteri esecutivi è l’unica che funziona.
Siamo ottimisti, perché in questo caso l’economia funziona meglio delle istituzioni. Il commercio di beni tra l’Unione europea e il suo Vicinato meridionale ha raggiunto circa 248 miliardi di euro nel 2025. L’Ue rimane, di gran lunga, il principale partner commerciale della regione. L’attuale spazio dell’Unione per il Mediterraneo riunisce oltre 800 milioni di persone. Eppure, l’integrazione politica ed economica della regione resta inferiore al suo peso strategico. Troppe connessioni continuano a funzionare in modo verticale, tra un partner del Sud e l’Europa, e non in modo orizzontale all’interno dello stesso Mediterraneo. Si crea troppo poco valore regionale. Troppi giovani del Sud continuano a vedere la migrazione soltanto come una via d’uscita, e non come una circolazione che permetta loro di tornare in un Paese che nel frattempo è progredito.
Il Patto per il Mediterraneo
Il nuovo Patto per il Mediterraneo promosso dalla Commissione europea e dal Servizio europeo per l’azione esterna può essere utile se diventa una macchina di progetti. Iniziative universitarie mediterranee, alleanze per le tecnologie pulite, mobilità lavorativa programmata in entrambe le direzioni, preparazione alle catastrofi, interconnessioni energetiche e cooperazione in materia di sicurezza. Il Patto deve essere valutato come un portafoglio d’investimenti. Che cosa è stato costruito? Che cosa è stato finanziato? Che cosa è stato connesso? Chi ne ha beneficiato? L’energia è un buon terreno da esplorare. Il Mediterraneo può diventare un grande bacino di energia pulita: solare, eolico, idrogeno verde, rinnovabili marine, elettrificazione dei porti, catene del valore delle batterie, desalinizzazione, interconnettori elettrici e tecnologie marittime. L’iniziativa europea di Cooperazione transmediterranea per le energie rinnovabili e le tecnologie pulite, con l’ambizione di mobilitare fino a 25 miliardi di euro entro il 2035, indica la direzione giusta. La sfida strategica è che entrambe le sponde possano costruire insieme valore industriale.

