Neuroscienze

Il nuovo confine dell’hi-tech? I processi cognitivi. A rischio privacy e diritti

I neurodiritti sono la prossima evoluzione della protezione giuridica della persona. Serve un approccio interdisciplinare

di Vincenzo Colarocco e Diletta Simonetti

Human brain with implanted neural ink chip implanted, Neural connection to computer, Neuro engineering. neuralink concept. Phichitpon - stock.adobe.com

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L’accelerazione delle neuroscienze sta aprendo una nuova frontiera nella relazione tra esseri umani e tecnologia.

Dispositivi capaci di registrare o modulare l’attività cerebrale nascono per finalità terapeutiche, come il recupero motorio dopo un ictus o il trattamento di patologie neurologiche. Ma l’evoluzione di questi strumenti rende concreta la possibilità di accedere ai processi cognitivi e influenzarli. Da qui emerge una domanda destinata a diventare centrale: come proteggere la mente nell’era delle neurotecnologie? Il dibattito internazionale ha introdotto il concetto di neurodiritti: principi e garanzie volti a tutelare l’integrità mentale dell’individuo.

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I neurodiritti

Tra i più discussi figurano la protezione della privacy mentale, il diritto all’identità personale, la salvaguardia del libero arbitrio, la non discriminazione basata su dati cerebrali e l’equo accesso alle tecnologie di potenziamento cognitivo. L’idea nasce dall’intuizione che i dati neurali possiedono una natura qualitativamente diversa rispetto alle altre informazioni personali. Se i dati digitali descrivono comportamenti o preferenze, i dati neurali rivelano emozioni, intenzioni e processi decisionali. La mente diventa così un nuovo spazio di vulnerabilità giuridica. Non sorprende che alcuni ordinamenti abbiano iniziato a interrogarsi su strumenti di tutela specifici: il Cile è stato il primo Paese a introdurre nella Costituzione un riferimento esplicito alla protezione dell’attività cerebrale.

Il tema non è però soltanto normativo. Sul piano filosofico, i neurodiritti mettono in discussione categorie fondamentali del diritto moderno. Se la tecnologia può intervenire direttamente sui processi cognitivi, la distinzione tra libertà interiore e controllo esterno diventa più incerta, con il rischio di un controllo della personalità.

In gioco non c’è solo la privacy, ma l’autonomia e la possibilità di autodeterminazione. Le implicazioni sono anche economiche. Le neurotecnologie potrebbero entrare negli ambienti di lavoro per monitorare attenzione e affaticamento o per migliorare capacità cognitive. Se ciò potrebbe aumentare produttività e sicurezza, apre anche interrogativi su nuove forme di sorveglianza e disuguaglianze tra lavoratori “potenziati” e “non potenziati”.

La responsabilità individuale

I neurodiritti sfidano inoltre un principio che il diritto moderno ha sempre considerato scontato: la responsabilità individuale. Se è tecnicamente possibile intervenire sui processi cognitivi che precedono una decisione, chi risponde di quella decisione? La domanda diventerà processuale quando la difesa invocherà l’interferenza di un dispositivo neurale come causa escludente della colpevolezza. La risposta normativa richiede un approccio interdisciplinare: diritto, neuroscienze, etica, economia e non può inseguire l’innovazione a distanza di anni, come è accaduto con i big data e l’intelligenza artificiale.

La finestra per intervenire in via preventiva è aperta, ma si sta chiudendo. I neurodiritti rappresentano la prossima evoluzione della protezione giuridica della persona. La differenza è che qui l’oggetto tutelato non è un dato esterno, ma la persona nella sua dimensione più intima. Chi arriverà tardi avrà consegnato la loro architettura cognitiva al mercato. La sfida sarà costruire un quadro normativo capace di accompagnare l’innovazione senza sacrificare ciò che definisce più profondamente l’esperienza umana: la libertà della mente.

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