Gli scontri a Bab-el-Mandeb

Il Pakistan arriva in aiuto dei sauditi. Ma Aramco congela l’export verso l’Ue

L’avanzata degli houthi rallenta e la strategia passa all’uso massiccio di droni destinati a colpire anche le infrastrutture energetiche secondarie. Islamabad disloca sistemi di difesa aerea. Intanto il terzo fornitore di greggio del Vecchio continente comunica lo stop fino a fine ottobre

Supporter delle milizie Houthi celebrano la presa dell’isola di  Mayyun APN

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La veloce mossa degli Houthi e la presa di Bab-el-Mandeb e quindi l’accesso a Suez, ha un sapore antico. Non sono finite sotto il controllo delle milizie filo iraniane soltanto le due città più a Sud della penisola, ma anche l’isola di Perim oggi chiamata Mayyun. Un pezzo di terra che separa lo Yemen e Gibuti è sempre stata strategica. Nel 1857 gli inglesi la occuparono militarmente per dare un segnale politico e per cercare di fermare il progetto stesso di costruzione del canale. All’epoca l’impero inglese era contrario all’idea sostenuta da francesi e austroungarici. L’ingegnere Alberto Negrelli, nato nel lombardo veneto, padre del Brennero e delle infrastrutture ferroviarie austriache e svizzere aveva ideato uno schema senza chiuse che avrebbe permesso la realizzazione dell’infrastruttura in tempi più rapidi e con minori costi. L’intervento militare riuscì a rallentare la raccolta finanziaria necessaria all’investimento. Poco cambia che gli inglesi cambiarono idea e divennero poi sostenitori di Suez. Quell’isola, 13 chilometri quadrati e 65 metri sul livello del mare, è un perno fondamentale per i traffici marittimi. Lo era all’epoca e lo è ancora più oggi. Perim dista 26 chilometri dalla terra ferma di Gibuti e poco più di 50 dalle basi militari ospitate dal piccolo Stato. Parliamo della base navale e aeree francese che ospita anche truppe tedesche e spagnole. Camp Lemmonier, la struttura Usa più grande dislocata in Africa e che spesso ospita truppe saudite. Vicino al porto di Doraleh, ci sono navi cinesi. C’è la base logistica dell’esercito italiano per rifornimento e supporto delle attività anti pirateria. E a pochi passi dalla nostra base, c’è anche l’unico sito di proiezione estera del Giappone. È presto per comprendere se le mosse degli Houthi saranno soltanto rivolte a Nord contro le forze alleate dei sauditi o si rivolgeranno anche a Sud per blindare l’intero stretto, il cui nome non ha mai richiamato sensazioni positive. Bab-el-Mandeb significa porta delle lacrime e probabilmente non è un caso.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

L’avanzata militare

Diciotto ore hanno impiegato le milizie pro Iran per prendere costa yemenita prima sotto il controllo delle forze locali sostenute dai sauditi. Al di là della vulgata che racconta di miliziani scalzi armati di Ak 47, è stato fondamentale l’utilizzo di droni hexacopters guarda caso di produzione iraniana. La veloce conquista ha permesso di catturare numerosi mezzi americani dislocati sul terreno e postazioni radar fondamentali per il controllo dello spazio aereo e marittimo. Tutta tecnologia occidentale. La strategia era anche chiaramente mirata a colpire la condotta Est-Ovest che taglia in due la penisola e permette a Riad di portare greggio direttamente nel Mar Rosso destinazione Suez. La pipeline, bombardata da milizie presenti in Iraq, è stata chiusa per motivi di sicurezza. Teheran sa bene ce la strategia saudita, ereditata dagli accordi di Abramo, prevede rotte alternative a Hormuz. Una strategia che si somma a quella turca e israeliana. Obiettivo finale sottrarre all’Iran l’arma geografica e geopolitica di Hormuz. Tramite gli Houthi ci si muove in senso opposto e, al tempo stesso, sii mira a mettere alla prova il recente accordo modello Nato siglato da Riad, Ankara e Islamabad. Il Patto della Mecca, stipulato poco più di un mese fa, prevede in caso di attacco contro uno degli alleati un intervento militare a sostegno. Per il momento non è accaduto nulla. Eppure il Pakistan ha già dislocato circa 8.000 soldati in Arabia Saudita. Mentre il ministero degli Esteri turco si è limitato a diffondere una nota per ribadire il sostegno all’alleato e chiedere un immediato cessate il fuoco. A questo punto le prossime ore sono decisive per capire se Riad utilizzerà la propria aviazione per utilizzare parte delle scorte. Oltre 36.000 bombe di precisione e 450 missili Storm Shadow. La stampa Usa ha reso noto di una telefonata da Mohammed bin Salman e Donald Trump, al termine della quale il presidente Usa avrebbe negato un sostegno diretto.

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I dettagli della battaglia

Il generale Sadiq Dwaid, portavoce delle Forze di Resistenza Nazionale sulla costa occidentale dello Yemen, ha rivelato i dettagli della recente battaglia sulla costa occidentale, conclusasi con la decisione delle forze di «riposizionarsi e prepararsi su nuove linee difensive». Dal 9 agosto al 9 settembre sono stati lanciati 130 missili balistici, 145 droni kamikaze e 15 imbarcazioni cariche di esplosivo. Di questi, 23 missili e 18 droni hanno preso di mira il generale Tariq Saleh, il suo quartier generale, la sua residenza e altri luoghi in cui le forze sospettavano potesse trovarsi. «L’unità di guerra elettronica ha rilevato 5.346 dispositivi di comunicazione wireless vicino alle linee del fronte, di cui 3.181 sul fronte di Al-Barh e 2.165 sul fronte di Hodeidah, mentre il numero totale di combattenti ha superato i 76.000», si legge sempre nella nota che diffonde anche il numero dei morti: circa 2.000.

La controffensiva saudita

Le notizie vanno però setacciate con attenzione. Sul terreno ci sono oltre 100 militari americani inquadrati come consiglieri e se dovesse intervenire l’aviazione saudita questi sarebbero fondamentali tanto quanto il supporto di intelligence. Non bisogna nemmeno sottovalutare la capacità logistica del Pakistan in tema di supporto aereo. Appare chiaro che al momento le mosse iraniane sono concentrate contro l’Arabia saudita e non c’è interesse a un coinvolgimento di Gibuti. Intanto nelle ultime ore l’esercito yemenita è intervenuto a Nord prendendo posizione attorno alla città di Taiz, supportato dalle forze aeree saudite. Nelle stesse ore una nota ufficiale degli Houthi menziona numerosi attacchi sul suolo saudita attraverso droni e missili balistici. La situazione è decisamente ingarbugliata. Nelle ultime ore le milizie yemenite pro Iran hanno fatto sapere di aver colpite altre infrastrutture energetiche saudite. Nello specifico, come riporta anche Al jazeera, il porto di Yanbu e la base aerea di Khamis Mushat. L’accelerazione ha avuto una reazione, però, che riporta all’alleanza militare con il Pakistan. Islamabad ha dislocato il sistema anti droni HQ-9 contribuendo ad evitare la saturazione dei sistemi sauditi. Certo, questo non basta. Tanto che Saudi Aramco ha diffuso una nota con la quale comunica di aver sospeso le consegne di greggio all’Europa per il mese in corso e per buona parte di ottobre, confermando il congelamento dei rapporti per quello che è il terzo più grande fornitore del Vecchio Continente.

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