Il private equity resta fermo ai box: terzo anno di attesa per la ripresa
I buyout globali a 145 miliardi nel secondo trimestre, il minimo dal 2023, mentre il ciclo del capitale si allunga a sette anni, secondo l’ultimo report Bain
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Il private equity non riesce a uscire dal tunnel. Per il terzo anno consecutivo, l’ottimismo di inizio anno si è dissolto sotto il peso di shock imprevisti: il crollo delle valutazioni software legato all’intelligenza artificiale, le tensioni nel credito privato e l’impennata del petrolio innescata dal conflitto in Iran. A fotografare la situazione è l’aggiornamento del Global Private Equity Report 2026 di Bain & Company, che tiene conto anche delle operazioni del primo periodo del secondo trimestre, non solo dei primi tre mesi dell’anno.
I numeri della stagnazione
Dopo una parziale ripresa nell’ultima parte del 2025, il valore dei deal buyout a livello globale è sceso a 173 miliardi di dollari nel primo trimestre del 2026, con una stima di soli 145 miliardi per il trimestre in corso, il livello più basso dal 2023. Anche i volumi seguono la stessa traiettoria: circa 700 operazioni attese nel secondo trimestre. Un confronto con appena dodici mesi prima rende la misura del deterioramento: nel primo trimestre 2025 il mercato aveva toccato un picco di 304 miliardi. A rendere il quadro ancora più severo, il cosiddetto “deal cost index” (che combina i multipli di acquisto con il costo del debito, con il multiplo mediano TEV/Ebitda e che in Nord America si è attestato intorno a 10-11 volte) ha raggiunto livelli record assoluti nella storia del settore, comprimendo ulteriormente i margini di rendimento atteso e alzando l’asticella della creazione di valore operativo necessaria a giustificare ogni nuova acquisizione.
«Il mercato globale dei buyout stenta a decollare: dopo il picco raggiunto nell’ultima parte dello scorso anno, il valore dei deal è sceso a 173 miliardi di dollari nel primo trimestre di quest’anno, con una stima di soli 145 miliardi per questo trimestre — il livello più basso dal 2023. Anche il numero di operazioni segue la stessa traiettoria discendente, attestandosi intorno a circa 700 deal nel secondo trimestre dell’anno in corso. La situazione italiana rispecchia la dinamica globale: molta attività nella fascia media, assenza di grandi operazioni, e un mercato guidato dalla selettività più che dalla propensione al rischio», dichiara Sergio Iardella, senior partner e responsabile italiano Private Equity di Bain & Company.
Il paradosso dell’AI: motore e freno allo stesso tempo
È il settore tecnologico a registrare la frenata più brusca: il valore dei deal tech è crollato da 118 miliardi nel terzo trimestre 2025 a 65 miliardi nel quarto, fino a soli 20 miliardi nel primo trimestre 2026, con una stima di 12 miliardi per il trimestre in corso. Le grandi operazioni da oltre un miliardo di dollari sono solo due nel secondo trimestre, contro le 15 del quarto trimestre 2025. Non vi sono segnali di inversione a breve: l’indice delle lettere di riservatezza (NDA), sviluppato da Ontra su base proprietaria e storicamente correlato ai closing con un anticipo di tre mesi, indica un’attività sostanzialmente piatta almeno fino a luglio 2026.
Il settore tecnologico è senz’altro al centro delle contraddizioni di questo ciclo. I timori sulla sostenibilità dei risultati del comparto SaaS (Software as a Service) hanno provocato a febbraio una contrazione di quasi il 30% nelle valutazioni sui mercati del software, trascinando il valore dei deal tech in calo del 70% tra il quarto trimestre 2025 e il primo trimestre 2026. Le valutazioni del software nei portafogli di private equity hanno accusato una correzione media dell’8% nel primo trimestre, con l’Europa che ha tenuto meglio (-4,2%) rispetto agli Stati Uniti (-8,9%).


