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Il reale coinvolgimento delle persone con disabilità nelle aziende

di Daniele Cassioli

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Adesso sono il campione. La persona brillante, intraprendente. Quasi l’imprenditore disabile di successo. E devo essere onesto: questa cosa mi mette un po’ a disagio. Perché porta chi mi incontra oggi a pensare che i limiti non esistano, che io sia una persona speciale, che sia sufficiente volerlo abbastanza. Non è così che è andata.

Sono partito da lontano. Da una diagnosi alla nascita che ha significato difficoltà nell’accesso allo studio, allo sport, perfino al catechismo. Non c’era un ambito in cui la porta fosse già aperta. Quello che è successo dopo è stato una danza, un gioco di equilibri tra le possibilità del sistema, la voglia della mia famiglia di scardinare le porte chiuse, e l’incontro con le persone che hanno scelto di farsi trovare: quelle che hanno abbandonato la sicurezza dell’etichetta e iniziato a farsi domande diverse. Come potremmo fare perché tu possa studiare? Cosa dovremmo cambiare per permettere a un atleta non vedente di crescere davvero?

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Poi ci ho messo del mio. Allenandomi con l’acqua gelida. Studiando più dei miei compagni quando i libri in braille non mi erano ancora arrivati. Quando indossi una disabilità le porte appaiono, nel migliore degli scenari, semi chiuse e occorre faticare, aprendole con il piede di porco. È un termine forte, lo so. Ma ancora oggi è pieno di potenziali campioni che non emergono perché non hanno trovato qualcuno che abbia costruito la strada prima, o la forza per farlo da soli.

Primo Maggio: il lavoro è dignità. Ma per molte persone con disabilità questa dignità resta fragile, intermittente, spesso rimandata. Non per mancanza di volontà, ma perché l’accesso dipende più dalle strutture che dalle persone. Le analisi di CNEL ed Eurostat lo confermano: il divario occupazionale supera i ventiquattro punti percentuali in Europa, in Italia è ancora più marcato, oltre i venticinque. Le evidenze ISTAT confermano la persistenza di uno svantaggio strutturale.

Dentro questi numeri c’è una differenza che conta. Quando la disabilità comporta bisogni contenuti, l’accesso al lavoro, pur faticoso, resta possibile. Quando invece aumenta l’intensità dei supporti necessari, il lavoro tende a diventare raro. Non perché venga meno il talento, ma perché i contesti faticano ad adattarsi.

Le norme sono necessarie, ma non bastano. La Legge 68/99 ha rappresentato un passaggio importante, eppure mostra i suoi limiti proprio dove il bisogno è maggiore: una quota significativa dei posti riservati resta scoperta. Il problema non è solo sociale, è organizzativo e culturale.

È qui che entrano in gioco le persone che si fanno trovare. Nelle aziende servono persone disposte a portare il tema dal perimetro della compliance a quello della cultura, presidiando selezione, inserimento, formazione e valutazione. Senza questo presidio, l’inclusione resta un’intenzione. Relazionarsi con la differenza chiede ascolto, soluzioni concrete, capacità di trasformare l’accomodamento in progettazione intelligente. Per questo l’inclusione non è un capitolo a parte: è un’occasione per far crescere la qualità organizzativa.

La mia storia lo rende evidente. Quando chiesi di iscrivermi a Fisioterapia, la prima università mi disse che, essendo non vedente, non era possibile. Pur laureato con 110 e lode, ho dovuto aprire uno studio mio e lavorare soprattutto grazie a chi mi conosceva già. In molti colloqui tutto procedeva finché non emergeva la disabilità; da lì in poi la conversazione cambiava. Non lo racconto per recriminare, ma per misurare la distanza tra diritto formale e accesso reale.

In questo percorso lo sport ha avuto un ruolo decisivo. Non come esibizione del limite superato, ma come esperienza educativa: insegna disciplina, fiducia, responsabilità, la capacità di trasformare l’errore in apprendimento. Competenze che ritornano nel lavoro. Per questo lo sport accessibile fa parte di un percorso di crescita del talento, contribuisce alla formazione del carattere e delinea la personalità. Ma quanti bambini con disabilità praticano abitualmente sport?

Questi presupposti, spesso dati per scontati, garantiscono una base più solida per affrontare le sfide che arrivano dopo lo studio tra le quali c’è quella di trovare un impiego.

Ed è proprio per questo che il lavoro conta così tanto. Non solo come reddito, ma come spazio di identità adulta. Lavorare significa sentire la pressione, coltivare aspirazioni, misurarsi con obiettivi reali. Per una persona con disabilità le difficoltà restano, ma smettono di occupare tutto il campo.

Nel mondo, la disabilità riguarda circa una persona su sei. È una quota enorme di potenziale umano. Rinunciare a quei talenti perché richiedono condizioni diverse significa impoverire le organizzazioni e la società. L’inclusione non è buonismo, è una scelta di intelligenza collettiva.

Il talento non chiede condizioni perfette, chiede spazio. Quando lo trova, non cambia solo una carriera: migliora la qualità del sistema intero.

 

Daniele Cassioli di Real eyes sport e Piramis onlus, campione paralimpico

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