Il reale coinvolgimento delle persone con disabilità nelle aziende
di Daniele Cassioli
3' di lettura
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Adesso sono il campione. La persona brillante, intraprendente. Quasi l’imprenditore disabile di successo. E devo essere onesto: questa cosa mi mette un po’ a disagio. Perché porta chi mi incontra oggi a pensare che i limiti non esistano, che io sia una persona speciale, che sia sufficiente volerlo abbastanza. Non è così che è andata.
Sono partito da lontano. Da una diagnosi alla nascita che ha significato difficoltà nell’accesso allo studio, allo sport, perfino al catechismo. Non c’era un ambito in cui la porta fosse già aperta. Quello che è successo dopo è stato una danza, un gioco di equilibri tra le possibilità del sistema, la voglia della mia famiglia di scardinare le porte chiuse, e l’incontro con le persone che hanno scelto di farsi trovare: quelle che hanno abbandonato la sicurezza dell’etichetta e iniziato a farsi domande diverse. Come potremmo fare perché tu possa studiare? Cosa dovremmo cambiare per permettere a un atleta non vedente di crescere davvero?
Poi ci ho messo del mio. Allenandomi con l’acqua gelida. Studiando più dei miei compagni quando i libri in braille non mi erano ancora arrivati. Quando indossi una disabilità le porte appaiono, nel migliore degli scenari, semi chiuse e occorre faticare, aprendole con il piede di porco. È un termine forte, lo so. Ma ancora oggi è pieno di potenziali campioni che non emergono perché non hanno trovato qualcuno che abbia costruito la strada prima, o la forza per farlo da soli.
Primo Maggio: il lavoro è dignità. Ma per molte persone con disabilità questa dignità resta fragile, intermittente, spesso rimandata. Non per mancanza di volontà, ma perché l’accesso dipende più dalle strutture che dalle persone. Le analisi di CNEL ed Eurostat lo confermano: il divario occupazionale supera i ventiquattro punti percentuali in Europa, in Italia è ancora più marcato, oltre i venticinque. Le evidenze ISTAT confermano la persistenza di uno svantaggio strutturale.
Dentro questi numeri c’è una differenza che conta. Quando la disabilità comporta bisogni contenuti, l’accesso al lavoro, pur faticoso, resta possibile. Quando invece aumenta l’intensità dei supporti necessari, il lavoro tende a diventare raro. Non perché venga meno il talento, ma perché i contesti faticano ad adattarsi.







