Il Reno fondamentale per l’Ue, ma non sufficiente. Serve il Mediterraneo
Mario Draghi e Patrick Collison hanno annunciato il Rhine Group, un forum per il rilancio. Iniziativa fondamentale. I nomi hanno però un significato: l’iniziativa richiama il fiume Reno e ciò che l’area rappresenta in termini economici. Ricordiamo che il Mare Nostrum non è un supplemento d’anima da concedere al Sud per equilibrio politico, ma un fattore di competitività. Nel mondo che viene, la fiducia sarà l’infrastruttura più scarsa. E la fiducia non si produce con la scala, bensì con la relazione
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I punti chiave
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Il Reno comincia in un ghiacciaio e finisce in un delta. Nel mezzo, per milletrecento chilometri, scorre l’Europa che abbiamo imparato a riconoscere: le chiuse di Basilea, le acciaierie della Ruhr, le raffinerie di Ludwigshafen, le gru di Rotterdam. È un fiume che lavora. Ed intorno al quale si lavora. Molto e bene. Nessun altro corso d’acqua al mondo trasporta tanta merce, e nessun altro ha visto tanta storia depositarsi sulle proprie sponde. Hölderlin gli dedicò un inno, Wagner vi affondò un oro maledetto, due nazioni se lo contesero per un secolo prima di decidere, nel 1951, che il carbone e l’acciaio delle sue valli sarebbero diventati la materia prima non più della guerra ma di una comunità. Da quel fiume prende nome l’iniziativa che Mario Draghi e Patrick Collison hanno appena annunciato: il Rhine Group, un forum che riunisce economisti, imprenditori, accademici e uomini di istituzione, con la direzione esecutiva affidata a Luis Garicano, e con un obiettivo che merita di essere accolto e sostenuto senza riserve. Ovvero: passare dall’analisi all’esecuzione, trasformando la visione dell’Agenda Draghi in azioni operative.
Chiedilo al Sole
Un nome un significato
Va detto subito, e senza cautele diplomatiche: era necessario. Il Rapporto sulla Competitività Europea di Mario Draghi è stato l’unico documento degli ultimi anni ad aver avuto il coraggio di dire all’Europa la verità sul proprio declino. E a indicarle una direzione chiara, precisa, ludica, lungimirante. Ho sempre condiviso, anche pubblicamente, la proposta del Presidente Draghi, ogni volta che ne ho avuto occasione. E continuo a condividerla. Proprio per questo mi permetto sollevare un appunto. Riguarda il nome. Il Reno (Rhine) non è l’Europa. È una parte dell’Europa. Chiamarsi Reno significa nominare l’asse carolingio, il corridoio che gli economisti chiamano blue banana, la dorsale che va da Basilea al Randstad: il perimetro esatto dell’Europa dei Sei, più il delta olandese. È una scelta precisa, se si vuole. Dichiara dove sta oggi la massa critica manifatturiera e logistica del continente. C’è poi una seconda risonanza, forse meno visibile ma certamente più insidiosa. «Renano», dal 1991 è termine che riporta l’attenzione su una forma peculiare di capitalismo; quello renano appunto, che Michel Albert contrappose al modello neo-americano; quello delle banche legate all’industria, della cogestione, del capitale paziente, dell’impresa come comunità di destino più che come somma di azionisti. L’agenda che il nuovo forum eredita – unione dei mercati dei capitali, venture capital, scale-up, campioni tecnologici – è in larga misura l’agenda che Albert collocava sull’altra sponda dell’Atlantico. Il nome promette dunque una sintesi complessa che il programma dovrà dimostrare di saper compiere. Sarebbe magnifico se accadesse. Non è scontato che accada. E poi, però, c’è ciò che il nome tace.
Ciò che il nome Reno tace
Ed è qui la mia piccola perplessità. Perchè il nome Reno (Rheine) tace il Danubio, cioè l’Europa entrata nel 2004, quella che oggi regge il confine orientale e paga il prezzo più alto della prossimità alla guerra. E, sempre a tal proposito, tace un dettaglio idrografico che vale come parabola: nei pressi di Immendingen il Danubio, nei mesi di magra, si inabissa nel calcare e riemerge chilometri più a nord, alimentando di nascosto proprio il bacino del Reno, che di quel dono non porta traccia nel proprio nome. Ma, poi ancora, il nome Reno tace la Senna, tace il Po, il Baltico e tace l’arco atlantico. Ma soprattutto – ed è qui che il mio rammarico diventa più profondo e sostanziale – tace il Mediterraneo, che è, prima di ogni altra cosa, il mare da cui il continente prende letteralmente il nome, se è vero che Europa è la principessa di Tiro portata a Creta: il nome dell’Europa arriva dal Sud e dall’Oriente, non dal Nord. La ragione più seria della mia riflessione, dunque, è di natura strutturale. Provo a spiegarla con una formula che mi è cara. Un fiume è un corridoio: ha una sorgente, una direzione, una foce, è ordinato al deflusso, alla logistica, all’efficienza. Un mare è un bacino: è plurale, reciproco, non ha valle, e nessuno vi arriva per primo. Intitolare a un corridoio il progetto del futuro europeo consegna implicitamente un’idea di Europa come catena del valore da efficientare, mentre ciò di cui abbiamo bisogno è un’idea di Europa come spazio di relazione da rigenerare. E i corridoi, si sa, in tempo di siccità si prosciugano: il Reno lo ha fatto nel 2018 e nel 2022, fermando le chiatte e con esse una parte della produzione tedesca. I bacini no.
La proposta mediterranea
Non propongo un’alternativa in contrapposizione. Propongo, con profondo rispetto, un complemento senza il quale il nucleo industriale che il Rhine Group giustamente presidia resterà incompiuto. Il Mediterraneo non è il passato dell’Europa: è il suo più antico luogo di futuro. Non per nostalgia archeologica, ma per una ragione documentabile. Il calcolo che rese possibile il capitalismo europeo arriva di là: Leonardo Fibonacci imparò le cifre indo-arabe a Bugia, sulla costa algerina, dove suo padre trattava affari per i mercanti pisani, e nel 1202 le consegnò all’Occidente con il Liber Abaci. La contabilità in partita doppia nasce nei fondaci veneziani e viene codificata da Luca Pacioli nel 1494. Il diritto marittimo si scrive ad Amalfi. La medicina si insegna a Salerno prima che altrove. Ogni volta che l’Europa ha innovato davvero, ha innovato perché qualcuno aveva attraversato quel mare e riportato qualcosa dall’altra sponda. Vale ancora oggi, e in termini rigorosamente industriali. Il Mediterraneo è il luogo dove approdano i cavi sottomarini che portano i dati fra tre continenti, dove passano le rotte del gas e passeranno quelle dell’idrogeno e dell’elettricità rinnovabile, dove si affaccia la demografia africana che sarà, nel giro di una generazione, il più grande serbatoio di talento e di domanda del pianeta. Un’Europa che ragiona soltanto lungo l’asse Basilea–Rotterdam ottimizza un patrimonio. Un’Europa che ragiona anche lungo l’asse Nord–Sud ne costruisce uno nuovo di patrimonio. Ma c’è una ragione ulteriore, e più alta, ed è la ragione del tempo che viviamo. Siamo dentro un cambiamento d’epoca in cui le sorti del futuro sono contese da due agende egemoni, entrambe potentissime, entrambe convinte di essere l’unica realistica. Da una parte la tecno-destra capitalista di matrice americana, accelerazionista, persuasa che la piattaforma possa sostituire la polis, che il mercato basti a produrre il bene comune come sottoprodotto e che ogni limite normativo sia per definizione un attrito da rimuovere. Dall’altra la tecno-sinistra statalista di matrice sinoasiatica, che nella tecnologia vede lo strumento perfetto di un ordine amministrato, la promessa di un’armonia pianificata dall’alto, la subordinazione della persona al disegno collettivo. Divergono su quasi tutto. Convergono su un punto solo, decisivo: in entrambe la persona umana è una variabile dipendente. E l’approdo, per vie opposte, rischia di essere il medesimo: dispotico nella forma esplicita del controllo, oppure in quella mite e seducente che Tocqueville aveva descritto quasi due secoli fa, quando immaginò un potere che non tiranneggia ma infantilizza, che non spezza le volontà ma le ammorbidisce fino a renderle superflue.
Il ritorno della centralità europea
In questo scenario l’Europa non recupererà centralità impegnandosi solo sul terreno della quantità. Non nel breve periodo: il divario di capitale di rischio, di scala, di potenza di calcolo e di energia non si colma in un ciclo elettorale, e sarebbe illusorio raccontarselo. Ma esiste un’asimmetria che gioca a nostro favore, e riguarda la qualità e la visione. L’Europa possiede – unica al mondo – una tradizione che ha pensato la persona umana non come funzione, ma come misura e come limite del potere. Quella tradizione ha tre sorgenti, e tutte e tre sgorgano sulle rive dello stesso mare. L’umanesimo classico, che è ellenico e magnogreco prima di essere fiorentino: Pitagora a Crotone, Parmenide ed Elea, e poi la linea che da lì arriva all’Oratio de hominis dignitate con cui Pico della Mirandola, nel 1486, fonda l’idea moderna di libertà come autodeterminazione della persona. La tradizione giudaico-cristiana, che nel Magistero sociale della Chiesa si è fatta pensiero economico e non solo morale, da Rerum novarum fino alla Magnifica humanitas con cui, il 15 maggio scorso e nel centotrentacinquesimo anniversario esatto dell’enciclica di Leone XIII, Papa Leone XIV ha compiuto un gesto profetico: applicare la dottrina sociale all’intelligenza artificiale, chiedendo che brevetti, algoritmi, piattaforme, infrastrutture e dati siano riconosciuti come beni «universalmente destinati a tutti» e non restino concentrati in poche mani. E infine la cultura liberal-democratica, la divisione dei poteri e il primato della legge, che ha il proprio seme nell’agorà ateniese e nel diritto romano prima di avere i propri frutti a Londra e a Filadelfia.

