Decarbonizzazione

Il tesoro nascosto del biogas: 15 miliardi di metri cubi al 2050 per l'Italia

Uno studio Snam-Cib calcola un potenziale importante di sviluppo che può contribuire alla decarbonizzazione e all'indipendenza energetica del nostro Paese

 (Adobe Stock)

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Un Paese più indipendente dal punto di vista energetico, radicato nei suoi territori e spinto da un’economia circolare a trazione agricola e tecnologica, con bollette potenzialmente più leggere. È questa l’istantanea - o forse la suggestione - al 2050 scattata dal report ufficiale "Il potenziale del biometano nelle province italiane", redatto congiuntamente da Snam e dal CIB (Consorzio Italiano Biogas). Lo studio mappa il futuro verde della Penisola, svelando un traguardo ambizioso ma tecnicamente accessibile: entro metà secolo, l'Italia sarà in grado di esprimere un potenziale produttivo di ben 15,3 miliardi di metri cubi di biometano disponibili per il mercato. Una cifra imponente, che non solo rappresenta il picco massimo di sviluppo della filiera nazionale, ma corregge al rialzo le stime dei principali scenari energetici europei precedenti (come lo studio Gas for Climate 2022, che si fermava a quota 13,6 miliardi). Raggiungere questo obiettivo significherebbe coprire una fetta strategica del fabbisogno di gas nazionale con una risorsa interamente rinnovabile, programmabile e a chilometro zero.

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Del resto, se negli ultimi anni, con il Green Deal, in Europa e in Italia è cresciuta la consapevolezza dell’urgenza della decarbonizzazione, le tensioni geopolitiche e le recenti crisi energetiche hanno evidenziato la necessità di rafforzare la sicurezza energetica attraverso una maggiore diversificazione delle fonti e una riduzione della dipendenza dalle importazioni. In questo contesto, il biometano rappresenta una risorsa strategica per il sistema energetico nazionale ed europeo, in grado di coniugare sicurezza energetica, sostenibilità ambientale, competitività industriale e sviluppo territoriale. Per un Paese come l’Italia — che produce meno del 5% del gas che consuma — lo sviluppo della produzione nazionale di gas rinnovabili costituisce infatti una leva fondamentale per rafforzare l’autonomia energetica e accelerare il percorso di decarbonizzazione. Il tutto mentre, dall’Europa, arrivano numeri confortanti: la capacità produttiva installata nel Vecchio Continente ha superato per la prima volta gli 8 miliardi di metri cubi, raggiungendo quota 8,2 miliardi alla fine del secondo trimestre del 2026, con un incremento di oltre 1 miliardo di metri cubi (+17%) rispetto al 2025.

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I settori di utilizzo

Ma in quali settori può trovare applicazione, oggi e in futuro, il biometano? Sicuramente può sostituire il gas naturale nei diversi usi in cui oggi trova impiego. Innanzitutto, dunque, i settori hard to abate, specialmente nei comparti industriali che non possono accedere a soluzioni basate sull’elettrificazione e devono quindi necessariamente fare leva su molecole green. L’elettricità può avere spazi di penetrazione nei comparti a bassa temperatura, dove i fabbisogni al di sotto dei 200 gradi sono compatibili con pompe di calore e recupero termico. I settori ad alta temperatura concentrano oltre il 70–80% dei consumi sopra i 500 gradi e rappresentano circa il 60% dell’energia industriale. E poi c’è il residenziale, dove il biometano rappresenta una risorsa importante pienamente utilizzabile da subito negli apparecchi esistenti e in grado di abbattere le emissioni di tale comparto.

Secondo alcuni studi, su oltre 16 milioni di abitazioni nelle classi energetiche più basse (F – G) solo meno di 6 milioni potrebbero integrare dal punto di vista tecnico una pompa di calore elettrica. Prendendo in esame anche gli aspetti economico-sociali, il numero di abitazioni si riduce a meno di 2 milioni. L’analisi delle diverse soluzioni prospettabili per la decarbonizzazione dei consumi residenziale ha fatto emergere come la sostituzione di una caldaia tradizionale con una caldaia di nuova generazione rappresenti la soluzione più efficiente e, laddove alimentata con gas rinnovabili, anche sostenibile sul piano ambientale.

Dunque, sottolineano gli addetti ai lavori, in considerazione del potenziale che può esprimere il biometano, diventa essenziale consolidare e rendere strutturali le misure di accompagnamento alla transizione energetica, andando oltre la fase emergenziale del PNRR.

Le strategie da seguire

Ma come bisognerà agire per mettere in rete, al 2050, 15 miliardi di metri cubi di biogas? Secondo lo studio Snam-Cib l'Italia dovrà far viaggiare la transizione su due binari tecnologici paralleli, capaci di valorizzare ogni tipologia di scarto organico. La parte del leone spetterà alla digestione anaerobica, una tecnologia già matura che da sola garantirà 11,55 miliardi di metri cubi convertendo biologicamente le matrici umide e agricole. A questa si affiancherà la gassificazione termochimica, destinata a registrare una forte accelerazione dopo il 2030 man mano che i processi industriali ad alte temperature diventeranno scalabili; entro il 2050, il trattamento termico dei residui solidi e legnosi immetterà nelle tubature altri 3,77 miliardi di metri cubi.

Se si guarda dentro alla pancia dei 15 miliardi, si scopre che il vero motore non è un “rifiuto”, ma una precisa scelta agronomica. Oltre il 60% del biometano da digestione anaerobica (7,28 miliardi di metri cubi) arriverà infatti dal cosiddetto sequential cropping. Si tratta della coltivazione pianificata di "secondi raccolti" (colture intercalari) su terreni che l'agricoltura tradizionale lascerebbe temporaneamente a riposo tra un ciclo alimentare e l'altro. Una strategia che moltiplica la biomassa senza sottrarre un solo ettaro alla produzione di cibo per l'uomo o per gli animali.

Il restante pacchetto energetico sarà garantito dalle biomasse residuali storiche delle nostre campagne – con effluenti zootecnici e residui agricoli stabili a quota 3,06 miliardi (il 25% della filiera agricola) – e dalla valorizzazione dei boschi. Residui forestali e potature di uliveti e vigneti forniranno infatti 2,31 miliardi di metri cubi, coprendo l'85% del combustibile solido destinato alle centrali di gassificazione. A chiudere il cerchio contribuiranno infine la raccolta differenziata urbana (FORSU), i fanghi di depurazione e gli scarti agroindustriali.

La mappa: il Sud aggancia la Pianura Padana

Dal punto di vista geografico, il report Snam-CIB evidenzia una profonda evoluzione geopolitica interna. Se nel breve termine la produzione rimarrà fortemente concentrata nel cuore agricolo del Nord – con le province padane di Brescia, Mantova e Pavia saldamente in testa – la proiezione al 2050 mostra una mappa energetica molto più democratica ed equilibrata. L'indice di Gini, che misura la disuguaglianza nella concentrazione territoriale, è destinato a scendere sensibilmente (da 0,53 a 0,45). Il merito va alla progressiva accensione degli impianti di gassificazione lungo le dorsali appenniniche e alpine ricche di boschi, ma soprattutto al boom del secondo raccolto nel Mezzogiorno. Province come Foggia e Bari diventeranno veri e propri hub energetici, sfruttando la programmabilità delle colture sequenziali che nei territori del Sud arriveranno a pesare fino al 90% della produzione locale.

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