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Immobili, la qualità dell’aria indoor potrebbe diventare un nuovo driver

Modern white brick coworking office interior with furniture, equipment and city view with sunlight. 3D Rendering peshkova - stock.adobe.com

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Non solo classe energetica: a influenzare il valore immobiliare potrebbe essere anche la qualità dell’aria negli ambienti interni. Per l’Italia si può parlare di una tendenza futura, ma gli Stati Uniti hanno già aperto la strada con premi di locazione tra il 4,4% e il 7,7% per gli uffici certificati come “healthy”.

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È quanto emerso dallo studio realizzato da Fondazione B.live per HHH– Home Health & Hi-Tech e presentato giovedì 25 giugno all’Auditorium Assimpredil Ance di Milano. La ricerca parte da un dato sanitario e abitativo: se da un lato trascorriamo oltre il 90% del nostro tempo in ambienti chiusi, tra casa, scuola e ufficio, dall’altro circa il 30% delle abitazioni italiane presenta criticità legate alla qualità dell’aria indoor. Il costo sociale dell’insalubrità abitativa viene stimato in circa 750 milioni di euro l’anno.

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Il salto, però, è immobiliare. La salubrità degli ambienti — qualità dell’aria, materiali, comfort termico, acustico e luminoso — sta iniziando a entrare tra i criteri con cui utenti, occupier e investitori valutano gli immobili. Secondo la ricerca, nel mercato delle nuove costruzioni le credenziali green ed energetiche rappresentano già la prima ragione d’acquisto per un acquirente su quattro. Negli uffici il legame è ancora più immediato, perché la qualità degli spazi incide sul benessere e sulla produttività di chi lavora. Negli edifici in cui sono state confrontate le certificazioni Well e Leed, la soddisfazione degli occupanti raggiunge il 94%, contro il 73% rilevato negli immobili valutati esclusivamente sotto il profilo energetico. Nel residenziale, invece, il fenomeno è più difficile da isolare: in Italia i dati disponibili misurano soprattutto l’efficienza energetica, non ancora la salubrità in senso stretto.

Attualmente, secondo l’agenzia delle Entrate (Omi), il differenziale di prezzo tra una casa in classe A e una in classe G arriva al 22,7 per cento. Banca d’Italia stima invece un premio intorno al 25% per le quattro classi energetiche migliori rispetto alla G. Ma non esiste ancora una metrica capace di separare quanto di questo valore dipenda dall’efficienza energetica e quanto dalla qualità dell’ambiente indoor.

«In un contesto in cui gli investitori ricercano formule in grado di generare rendimenti e capacità di mantenere valore nel tempo, la salubrità degli edifici può rappresentare uno dei fattori distintivi capaci di muovere la domanda del real estate», ha detto Marco Marcatili, presidente di Fondazione B.live. Una dinamica che, secondo la ricerca, è particolarmente evidente nel comparto direzionale, dove il costo del personale rappresenta circa il 90% dei costi complessivi di un’organizzazione, contro appena l’1% attribuibile ai consumi energetici. In quest’ottica, migliorare la qualità degli ambienti di lavoro può tradursi anche in un vantaggio economico.

«Il fenomeno», ha però precisato, «è ancora poco studiato. Il mercato degli edifici certificati salubri deve ancora formarsi in Italia e non è distinguibile il premio riconosciuto per l’efficienza energetica dal premio riconosciuto per la salubrità».

Tuttavia, secondo l’economista, è verosimile che arrivi anche per l’ambito residenziale una premialità per gli ambienti salubri. «Attenzione però alla smania di attribuire immediatamente un prezzo di mercato alla salubrità - precisa -: occorre prima sviluppare gli strumenti per misurarla».

La direzione, però, è tracciata. Da un lato aumentano gli standard tecnici, con la UNI EN 16798-1 sulla qualità ambientale interna e la UNI 11976:2025 dedicata più nello specifico alla salubrità indoor, dai ricambi d’aria agli inquinanti chimici, fisici e biologici, fino a umidità e radon. Dall’altro, il quadro europeo spinge verso requisiti più severi sulla qualità dell’aria e sulla riqualificazione del patrimonio edilizio inefficiente.

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