In Costa Azzurra, a La Pausa, sulle orme di Coco Chanel
Più che una destinazione di villeggiatura, un orizzonte di libertà, amicizie, avanguardie. A Roquebrune-Cap-Martin, una collezione di stelle, soli, camelie e leoni preziosi rinnovano il manifesto creativo di Mademoiselle.
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La qualità del vento plasma l’intensità del colore e la sua variabilità: acqua marina, celeste, turchese, verde smeraldo, bianco trasparente, ottanio, lime. Non è una gara ai sinonimi di un ipotetico pantone mediterraneo, è la limpida pasta cromatica della Côte d’Azur, almeno in questo pezzo scosceso di litorale, chiuso fra gli ineludibili grattacieli monegaschi e i ciottoli delle spiagge di Mentone. Un’enclave climatica e culturale a sé stante, incastonata tra mare e montagna. Dev’essere per la precisione della luce se si sono concentrate qui, ai piedi di Roquebrune-Cap-Martin, in poco più di sei chilometri di terra e 300 metri verticali, tutte le declinazioni del talento per la forma: dal design della moda all’avanguardia architettonica, dalla pittura simbolista alla danza, dando vita negli anni Trenta a un intreccio di libertà, amicizie, conversazioni, e un milieu di estro e naturalità del genio senza pari.
Chiedilo al Sole
L’epicentro è una casa grande mille metri quadrati, che si chiama La Pausa, richiamo a un luogo dove stare è già inventare. Voluta fortemente da Coco Chanel, è divenuta nel tempo il suo rifugio lontano dai ritmi della città, un paesaggio interiore che ricorda il rigore semplice dell’abbazia di Aubazine, ma anche un santuario per intellettuali e un manifesto creativo, una residency ante litteram e la quinta di una leggendaria serie di fotografie. Una su tutte: Mademoiselle sorridente, in pantaloni e maglietta, arrampicata a gambe e braccia spiegate sui rami di un contorto albero di ulivo. E poi Mademoiselle con Salvador Dalí, con Igor Stravinsky, con Greta Garbo, Winston Churchill e i tanti ospiti passati da qui, insieme all’immancabile Gigot, l’alano maculato.
Siamo qui per l’anteprima dell’Alta Gioielleria Chanel, preview della preview parigina, consacrata da un luogo in cui sono stati investiti fondi per un restauro scrupoloso e una pubblicazione che ripercorre e coltiva, immagine dopo immagine, arredo dopo arredo, il mito. Ma arriviamoci per gradi, con una tappa intermedia a un’altra casa simbolo. Cap Moderne è un concetto, prima ancora di un luogo, un’opera totale che precede di poco l’avvio dei lavori a La Pausa e li conclude nello stesso anno. È il 1929 quando la Villa E-1027 riassume, in un progetto minuzioso che include l’edificio, i mobili e il giardino di limoni, l’intuizione di Eileen Gray di costruire una casa come guscio umano.
Progettata per Jean Badovici, è una struttura tanto essenziale quanto luminosa che lambisce il mare e ha un nome alfanumerico dove sono combinate E per Eileen, 10 per la lettera J di Jean, 2 per la lettera B di Badovici, 7 per la lettera G di Gray, un legame di simboli e sentimenti. Poco discosti ci sono l’Étoile de Mer, il Cabanon, l’Atelier e le cinque Unità da campeggio di Le Corbusier, la cui presenza s’impone anche nella villa di Badovici, con otto pitture murali realizzate su quelle pareti che Eileen avrebbe voluto completamente bianche. Dissidi di visioni fra epitomi dell’architettura moderna, ma il discorso ci porterebbe lontano da La Pausa, a cui vogliamo tornare.
Benché gli anni siano gli stessi e le distanze fra le due case minime, nessun documento – almeno finora – testimonia l’incontro fra Coco ed Eileen. Eppure, mentre risaliamo, alla luce del tramonto, dall’una all’altra dimora, è difficile sfuggire alla tentazione d’immaginare una conversazione fra le due, coeve e affini almeno per libertà di pensiero, due personalità femminili autenticamente indipendenti e divergenti. «Una donna dovrebbe essere due cose: chi e cosa vuole», avrebbe detto la più istintiva e libera delle due. «Per creare bisogna mettere in discussione tutto», le avrebbe risposto la più schiva, ma altrettanto coraggiosa.














