In Italia si vive a lungo, ma come?Ecco il peso delle malattie croniche
Il nostro Paese che è tra quelli con l'aspettativa di vita più lunga scende al 21esimo posto tra i Paesi Ocse se si contano anche gli anni vissuti senza patologie e disabilità
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C'è un dato che Eurostat aggiorna ogni anno e che all'Italia piace particolarmente: nel 2023 un cittadino italiano poteva aspettarsi di vivere 69,1 anni in buona salute, il secondo valore più alto dell'Unione europea dopo Malta e ben al di sopra della media comunitaria. Se a questo si aggiungono un'aspettativa di vita di 83,5 anni – circa 2,4 anni superiore alla media dei Paesi Ocse - il quadro è quello di un paese che invecchia bene.
Poi arriva un nuovo report internazionale e la fotografia si fa più articolata. The Value of Chronic Care, da poco pubblicato da Zurich Insurance, dall'assicurazione Zurich, analizza il peso delle malattie croniche e la risposta dei sistemi sanitari nei 38 paesi Ocse, incrociando un decennio di dati del Global Burden of Disease, la più ampia banca dati epidemiologica al mondo, indipendente dall'assicurazione stessa. Nel suo indice composito, il Chronic Care Index, l'Italia si piazza 21esima su 38: non un risultato drammatico, ma nemmeno lusinghiero per un paese che si racconta come longevo e in salute.
Più che una contraddizione, le due fotografie raccontano aspetti diversi dello stesso fenomeno. dal film. Eurostat e Ocse fotografano lo stato attuale. Zurich misura invece la traiettoria dell'ultimo decennio, ed è lì che l'Italia mostra una crepa: è tra i pochi paesi Ocse in cui sia la mortalità prematura sia la disabilità legata a malattie croniche sono cresciute insieme tra il 2014 e il 2023. Il fenomeno è globale: nella media dei 38 paesi, gli anni di vita sana persi per malattia sono passati da 23.762 a 24.874 ogni 100mila abitanti nel decennio, ma a crescere più velocemente non è la mortalità, bensì la disabilità cronica. Cardiovascolari e tumori restano le prime cause di morte, ma il loro peso relativo cala lentamente grazie ai progressi terapeutici; a salire sono soprattutto disturbi mentali, patologie neurologiche come le demenze, e problemi muscoloscheletrici: condizioni non subito fatali, ma che accompagnano chi le ha per il resto della vita. Si muore meno prematuramente, insomma, ma si convive più a lungo con una diagnosi, spesso per decenni. Più anni, non necessariamente più sani.
La composizione del punteggio italiano racconta qualcosa di più preciso. Il sistema sanitario ottiene un buon voto sulla qualità delle cure, un equilibrio tra efficacia clinica ed equità di accesso, ma un punteggio tra i più bassi dell'intera classifica sull'efficienza. È un quadro coerente con i dati ufficiali Ocse: l'Italia ha 3 posti letto ospedalieri ogni mille abitanti, contro una media di 4,2. E soprattutto: solo il 44% degli italiani si dichiara soddisfatto della disponibilità di cure di qualità, contro una media Ocse del 64%. Venti punti di distanza, uno dei divari più ampi tra i 38 paesi.
È quello che il report chiama gap di accesso: non una carenza di competenza clinica, ma la difficoltà di arrivarci, di orientarsi in un sistema frammentato, di ricevere cure coordinate nel tempo. Per chi convive con diabete, ipertensione o una patologia cardiovascolare non è un dettaglio burocratico: è la differenza tra una malattia sotto controllo e una che peggiora.








