India, hanno vinto gli scarafaggi: il ministro dell’Istruzione si è dimesso
Tutto è nato dall’ennesimo esame d’ammissione all’università truccato. Lo avevano tentato in più di 2 milioni
dal nostro corrispondente Marco Masciaga
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NEW DELHI - Alla fine, hanno vinto loro, gli scarafaggi: decine di migliaia di giovani indiani che, armati unicamente di ironia, rabbia e voglia di un futuro migliore, sono scesi in piazza per la prima volta nella loro vita per chiedere – sotto le bizzarre insegne del Cockroach Janta Party, o Partito popolare degli scarafaggi – un segnale forte di discontinuità nelle fallimentari politiche scolastiche degli ultimi anni.
Chiedilo al Sole
E ieri il segnale è arrivato. Il ministro indiano dell’Istruzione Dharmendra Pradhan ha ceduto e ha inviato la sua lettera di dimissioni all’altro grande sconfitto di questa giornata, Narendra Modi. Il premier indiano più potente, popolare, controverso e temuto dai tempi di Indira Gandhi ha tentato fino a un paio di giorni fa, come da prassi collaudata, di ignorare le proteste.
Poi, nel giro di 48 ore, ha dovuto prima prenderne atto e poi cedere alle richieste degli studenti per cercare di arginare la rapida opera di logoramento della sua immagine in corso sul web, dove meme e provocazioni – merce rara in un Paese dove secondo Freedom House gli spazi di dissenso vanno riducendosi da anni – stavano dilagando.
Un riflesso della trasformazione avvenuta in capo a poche settimane anche tra i manifestanti scesi in piazza. Durante il primo giorno di sit-in nel centro di New Delhi molti di loro non erano disposti a farsi ritrarre o dare le proprie generalità ai giornalisti. Negli ultimi giorni ogni remora era sparita, lasciando spazio a selfie, nomi e cognomi e ad accuse e sberleffi nei confronti di Modi e di Amit Shah, il suo braccio destro e ministro dell’Interno.
Già venerdì era evidente che resistere alle richieste degli studenti che stavano portando nelle piazze un movimento di protesta nato sul web sarebbe stato molto difficile. Troppo numerosi, troppo arrabbiati per le violenze della polizia di lunedì scorso, troppo inattaccabili, perché in fondo ciò che chiedevano era semplice: un’assunzione di responsabilità da parte del governo e un sistema scolastico più equo e trasparente. I tentativi di alcuni esponenti della maggioranza di dipingere il movimento come un’operazione di destabilizzazione ordita dalla solita «mano straniera» hanno suscitato più imbarazzo che preoccupazione.







