Festival dell’Economia

Industria 5.0, la fabbrica del futuro rimette l’uomo al centro

Un progetto italiano dimostra come l’IA possa migliorare condizioni lavorative e produttività. Ma solo se abbinata a valori umani e formazione

di Antonio Larizza

L’incontro “La fabbrica del futuro: nuove tecnologie e benessere umano” al Festival dell’Economia

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E se invece di immaginare il futuro provassimo a costruirlo? Se al posto di cedere al mercato e ai nuovi poteri rimettessimo al centro l’individuo e le sue speranze? Se riprogettassimo industria, prodotti e servizi digitali intorno all’uomo e al suo benessere?

Di fronte a sfide così complesse, noi europei abbiamo un vantaggio: viviamo nell’unico continente in cui queste domande possono ancora essere pensate, formulate, discusse. E diventare esperimenti concreti.

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Facendo indossare speciali sensori ai lavoratori di una multinazionale giapponese e ripensando i processi produttivi sulla base dei dati raccolti - dopo averli analizzati con un algoritmo di IA che ha richiesto due anni di ricerca e sviluppo - un gruppo di ricercatori dell’Università di Trento guidato dal professor Francesco Pilati è riuscito a ridurre del 30% la fatica registrata dai lavoratori e nello stesso tempo ad aumentare del 15% la produttività aziendale.

Questo pezzo di futuro realizzato è stato al centro dell’incontro «La fabbrica del futuro: nuove tecnologie e benessere umano» al Festival dell’Economia di Trento. Un’occasione per provare a tracciare una possibile «via europea» all’intelligenza artificiale. «Stiamo passando – ha spiegato Alessandro Pegoretti, direttore del dipartimento di ingegneria industriale di UniTrento – al paradigma di Industria 5.0 che, dopo la spinta sulla digitalizzazione attuata con Industria 4.0, prova a rimettere al centro la persona, l’essere umano e la sostenibilità dei processi produttivi e dei prodotti».

Marco Gay, presidente esecutivo di ZEST, primo gruppo italiano di dimensione europea dedicato alla crescita dell’ecosistema dell’innovazione, ha ricordato i dati che fotografano l’adozione dell’IA in Italia. Nel 2025, il 16,4% delle imprese con 10 o più addetti utilizzava almeno una tecnologia di intelligenza artificiale, percentuale che sale al 53,1% tra le grandi imprese. Particolarmente dinamico il mondo delle startup: «Il 30% di quelle presenti nel nostro portafoglio – spiega Gay – ha avviato progetti di IA, che hanno permesso di raccogliere capitali per 25 milioni di euro».

Il punto quindi non è se, ma come dovrà essere adottato questo nuovo potere che incarna la tecnica nel suo più alto sviluppo. «L’intelligenza artificiale – ha spiegato Giovanna De Minico, costituzionalista della Federico II di Napoli – deve volgere verso un obiettivo. Ed è la mano dell’uomo che la deve indirizzare. Dobbiamo ricentrare tutto sull’uomo, rimetterla nelle nostre mani. Se l’intelligenza artificiale diventa una struttura di potere, deve essere orientata in modo preventivo verso il bene, nutrendola di valori. Altrimenti – ha concluso la studiosa – con il diluirsi dei corpi intermedi, rischiamo di essere intermediati dall’intelligenza artificiale».

«Questa sfida – ha rilanciato Alessandra Perrazzelli, direttore scientifico del Center for digital regulation strategy del Politecnico di Milano – si vince con più conoscenza e più formazione. La scuola deve dare ai giovani strumenti adatti per leggere questi fenomeni». E la politica?

«La politica – ha concluso Gay – oggi ha il compito imprescindibile di fare policy, non politics. Perché tra le due c’è una bella differenza: la politics guarda alle prossime elezioni, la policy guarda alle prossime generazioni».

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