Forum Difesa

Industria difesa, Crosetto: «È cara, lenta. Prima vedevano i soldi, e poi davano il cammello. Ora serve cambio culturale»

Convegno a Roma sul tema della difesa e della sicurezza in un mondo instabile. Focus sui domini emergenti, tra spazio e subacquea

di Andrea Carli

Il ministro della Difesa Guido Crosetto durante la prima edizione del “Forum Difesa”, l’iniziativa promossa da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI)

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In un contesto in cui le minacce alla sicurezza prendono forma con estrema velocità, con la conseguenza che occorre mettere in campo risposte e reazioni in tempi assolutamente rapidi, l’industria della difesa è chiamata a mettere a disposizione strumenti adeguati nel minor tempo possibile. «La difesa italiana ha uno dei livelli tecnologici più elevati al mondo. Ma ha tutti i difetti di tutte le industrie della difesa del mondo», ha sottolineato il ministro della Difesa Guido Crosetto, intervenuto giovedì 29 gennaio a Roma, a Palazzo Sciarra Colonna, alla prima edizione del “Forum Difesa”, l’iniziativa promossa da Bruno Vespa e Comin & Partners in collaborazione con l’Istituto Affari Internazionali (IAI).

Crosetto: «L’industria della difesa italiana è cara, e lenta»

«È cara, è lenta - ha spiegato Crosetto -. È abituata a costruire, a lavorare per un’Italia, per le Forze Armate che potevano programmare a lunghissimo tempo, che non avevano fretta di ricevere mezzi, e se anche li ricevevano un anno dopo alla fine cambiava poco, mentre adesso ci scontriamo con la necessità di avere i pezzi in tempo, di avere pezzi che costano sempre meno, che siano sempre tecnologicamente più avanzati». La conseguenza del ragionamento del ministro è che «adesso ci sarà la necessità di cambiare passo» e, ha sottolineato Crosetto, «si sta accelerando. L’a.d. di Fincantieri, Folgiero ha costruito cambiamenti per raddoppiare la produzione nel giro di un anno, è già aumentata del 40%, lo stesso sta facendo Mbda e Leonardo. Lo stanno facendo tutte le aziende, ripeto con le difficoltà che hanno».

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Il ministro: «Deve cambiare la mentalità»

Insomma, Crosetto ha lanciato un messaggio chiaro. Le aziende della difesa «devono cambiare la mentalità. Prima vedevano i soldi, e poi davano il cammello. Mentre invece le aziende private normalmente prima fanno il cammello, e poi cercano di venderlo, e prendono i soldi. Ora serve un cambio culturale. Quando cambiano gli scenari, non c’è nessuno più veloce degli italiani per adeguarsi agli scenari nuovi. I tedeschi sono molto meglio di noi quando si deve standardizzare la produzione».

Valensise: «C’è un’esigenza di parlare di difesa in termini realistici»

L’incontro ha fornito l’occasione per un confronto tra istituzioni, aziende ed esperti sul tema del rilancio della difesa, a cominciare dall’industria e dalla tecnologia al servizio delle nuove sfide geopolitiche. «Siamo tentati da un approccio nostalgico nei confronti di un mondo in cui abbiamo vissuto per ottant’anni, ma oggi questo mondo non esiste più: dobbiamo attrezzarci per fare i conti con un mondo, almeno in parte, nuovo», ha esordito il presidente Iai Michele Valensise. «C’è un’esigenza di parlare di difesa in termini realistici: non solo armi e carri armati, ma spazio, satelliti, reti energetiche. Questo è un passaggio fondamentale che ha a che vedere con la sicurezza del nostro continente. Oggi - ha aggiunto Valensise - le minacce non sono più ipotetiche, materie da ricercatori da biblioteca, ma sono reali». A questo punto, «l’imperativo è di mettere a sistema tutti gli aspetti: quello europeo e quello dell’Alleanza atlantica. Il pilastro europeo va rafforzato in sinergia con gli Usa». Alessandro Marrone, responsabile del programma Difesa, sicurezza e spazio dell’Istituto Affari Internazionali, ha messo in evidenza che «fidarsi meno degli Usa, e quindi della Nato, non significa automaticamente andare verso una politica di difesa europea».

Annunziata: «La guerra tra Russia e Ucraina laboratorio di come le nuove tecnologie si intrecciano con le tradizionali»

Gianfranco Annunziata, Capo Ufficio Generale di Consulenza al Capo di Stato Maggiore della Difesa, ha messo in evidenza il problema dell’integrazione tra le tecnologie emergenti e quelle tradizionali. «La guerra tra Russia e Ucraina - ha affermato - è per noi un laboratorio di come le nuove tecnologie si vanno a intrecciare con quelle tradizionali. Gli ucraini stanno integrando una capacità tradizionale con le nuove tecnologie: è il caso dei droni. Allo stato attuale sono i più bravi. I droni navali hanno colpito pesantemente la flotta russa nel Mar Nero», Sul fronte terrestre, lo schema è quello di «piccoli reparti che si muovono sopportati dai droni. La linea del fronte diventa più ampia, più porosa. I droni consentono di impiegare meno uomini, che per gli ucraini è fondamentale».

Cascio: «Rafforzare il pilastro europeo della difesa all’interno del quadro Nato»

Secondo Antonino Cascio, Direttore Centrale per le questioni strategiche e globali Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, «non c’è una contraddizione tra Nato e Ue. L’Italia - ha ricordato - è stato paese fondatore in entrambi i casi». In realtà «si tratta di prendere atto di cambiamenti che sono in corso, a cominciare dal fatto che il nostro principale alleato sta sviluppando un cambiamento di visione. Dobbiamo rafforzare il pilastro europeo della difesa all’interno del quadro Nato. Non possiamo fare a meno dell’Alleanza atlantica, ma dobbiamo costruire noi stessi gli strumenti che ci consentono di affrontare in autonomia certe sfide. L’Italia - ha concluso Cascio - ha una grande industria della difesa. È impensabile però una politica che sia solo nazionale. La strada è quella delle collaborazioni con alleati strategici, come accade per il Gcap (il progetto del caccia di sesta generazione che oltre all’Italia coinvolge Giappone e Regno Unito, ndr) e le joint venture, come quella tra Leonardo e e Rheinmentall».

Mannino: «Gi Usa non ci molleranno»

Stefano Mannino, Presidente Centro Alti Studi per la Difesa, ha ricordato che «Trump sta utilizzando la strategia della “diplomazia shock”: è quanto ha fatto con i dazi e la Groenlandia. Gli Usa - ha assicurato - non se ne andranno, non ci molleranno. A livello tecnico militare - ha aggiunto - non è cambiato nulla. Le autorità Usa richiedono solo una maggiore disponibilità da parte degli alleati».

Benigni: «Siamo al centro della guerra ibrida, la differenza tra civile e militare è sfumata»

Domitilla Benigni, CEO & COO Elt Group, ha posto l’accento sul fatto che «lo scenario è cambiato. Siamo al centro della guerra ibrida. Oggi la differenza tra civile e militare è molto più sfumata. Noi - ha spiegato - sviluppiamo sistemi che consentono di garantire la superiorità in questo campo di battaglia invisibile che è lo spettro elettromagnetico. Oggi - ha continuato Benigni - non viene minacciata solo una piattaforma, ma tutta la sua catena di comando e di controllo». Inoltre, «la guerra ibrida la possono fare anche nazioni non ricche: la difesa costa di più, molto di più dell’attacco. Ci vogliono ingenti investimenti. In Italia dobbiamo investire molto sulle nostre competenze: c’è ancora molto da fare». «Oggi - ha continuato - la guerra ibrida e la multidimensionalità delle minacce rappresentano una sfida centrale per la sicurezza nazionale e la resilienza delle infrastrutture strategiche, come sottolineato anche dal non-paper del Ministro Crosetto. In questo contesto, assume un ruolo fondamentale la gestione dello spettro elettromagnetico, ambiente strategico nel quale si svolgono le attività di difesa e attacco elettronico. I conflitti in corso dimostrano che chi governa lo spettro elettromagnetico, governa l’informazione e quindi acquisisce superiorità sul campo di battaglia. Riteniamo quindi fondamentale che aziende e istituzioni lavorino insieme sull’aspetto dell’integrazione di difesa elettronica e cyber, due dei settori sui quali l’Europa è indietro rispetto all’obiettivo del raggiungimento dell’autonomia strategica. Siamo quindi pronti a collaborare con le istituzioni per rafforzare la capacità di risposta alle minacce ibride e sostenere la crescita di nuove figure specializzate indispensabili per la sicurezza del Paese».

Catalano: «Oggi chi è a bordo del veicolo di combattimento non vede il drone che arriva»

Claudio Catalano, amministratore delegato Iveco Defence Vehicles, ha messo in evidenza il fattore velocità. «Abbiamo dovuto sviluppare velocemente le tecnologie per difendere i veicoli. Oggi la minaccia è anche dall’alto, e proviene dai droni. Oggi chi è a bordo del veicolo di combattimento non vede il drone che arriva. Abbiamo pertanto cercato di sviluppare il ramo veicoli autonomi terrestri: si tratta di un veicolo autonomo che segue quello da combattimento, e lo assiste con una serie di tecnologie per tutelarlo dalle nuove minacce».

Cossiga: «Industria saprà cambiare più rapidamente di amministrazione»

L’industria italiana della Difesa ha finora lavorato lentamente ma saprà cambiare e lo farà in modo più rapido rispetto all’amministrazione e ai ministeri. Lo ha detto Giuseppe Cossiga, presidente dell’Aiad e di Mbda Italia, commentando le parole del ministro Crosetto sulla lentezza del settore. Mbda Italia è la controllata italiana della joint venture tra Leonardo, Bae Systems e Airbus. «Fino a questo momento l’industria della difesa italiana ha lavorato come un sarto cioè con un approccio tailor-made, con un “cliente-principe” che pagava bene ed era disposto ad aspettare - ha spiegato - Ora cambia il cliente e cambierà l’industria ma l’industria sarà più rapida a cambiare rispetto all’amministrazione». «Mbda Italia ha già aumentato del 50% la produzione dei principali sistemi missilistici - ha spiegato -, sta lanciando nuove linee produttive e sta crescendo come persone, stabilimenti e capacità produttiva»; sotto il profilo del personale, «abbiamo superato di molto le 2500 unità e ormai vediamo quota 3mila ma se le prospettive che ci sono state date si realizzeranno noi ci consideriamo un’azienda proiettata verso i 4mila in Italia». Questi incrementi, ha aggiunto Cossiga, porteranno Mbda Italia non solo a raggiungere la quota del 25% nel gruppo, che corrisponde alla quota di Leonardo, ma a superarla. Quando tutto iniziò l’Italia non aveva le capacità per raggiungere il 25% quindi allocò gli asset e mise del cash. Poi siamo cresciuti e oggi abbiamo raggiunto e superato il 25% del fatturato del gruppo, siamo vicini al 25% del personale e vicini ad occupare il posto che i creatori di Mbda avevano individuato per l’Italia più di 20 anni fa».

Salamone: «Space economy in forte crescita, Italia al terzo posto per contributi all’Esa»

Un secondo panel si è focalizzato sul ruolo dell’Italia nei domini emergenti, tra spazio e subacquea. Luca Vincenzo Maria Salamone, direttore generale Agenzia Spaziale Italiana, ha ricordato che «la space economy è un settore in forte crescita, che cuba oltre 600 miliardi di dollari. A livello mondiale attori come gli Usa e la Cina stanno crescendo con numeri molto importanti, come dimostra, nel primo caso, il lancio dei satelliti Starlink. La parte finanziaria del settore spaziale va verso i privati, come Elon Musk dimostra. Anche in Cina c’è un’apertura verso soggetti privati, ma le tecnologie strategiche rimangono comunque sotto il controllo dello Stato. L’Italia è al terzo posto tra i paesi contributori dell’Esa, con 3,5 miliardi di euro nel prossimo triennio. Il problema è la frammentazione normativa e industriale».

Folgiero: «Fincantieri lavora per mettere a frutto Safe in Ue»

«C’è una concorrenza di vari strumenti che finanziano gli investimenti della Difesa. Quello che è importante è che i programmi di sviluppo dell’Italia siano coperti da questi stanziamenti», ha detto l’amministratore delegato di Fincantieri, Pierroberto Folgiero, a margine del Forum Difesa a Roma, parlando dei fondi Safe. «La cosa più interessante – ha aggiunto – è che Fincantieri è al lavoro per mettere a frutto e a segno anche il Safe delle altre nazioni che in Europa hanno i programmi di aumento della base navale. Noi ci stiamo mostrando un player che in Europa facilita la collaborazione tra nazioni, lavorando così sul Safe non solo italiano ma anche internazionale», ha concluso l’ad. La partita della difesa oggi più che mai si gioca in squadra.

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