Intelligenza artificiale, le big tech dominano la rivoluzione digitale
Equilibri. La capitalizzazione delle grandi società protagoniste influenza la geopolitica, mettendo in discussione i meccanismi politici tradizionali
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I nuovi padroni del vapore non indossano la corona, ma felpe grigie e sneaker da mille dollari. La mappa del potere mondiale oggi non si disegna nelle cancellerie, ma nei data center della Silicon Valley e di Seattle. Se Elon Musk gioca a fare il demiurgo con xAI e Sam Altman cerca trilioni per riscrivere il destino dell’umanità con OpenAI, Sundar Pichai deve difendere il fortino di Google dalla più grande minaccia della sua storia. Ma la partita a scacchi dell’intelligenza artificiale non sarebbe completa senza Satya Nadella, che ha trasformato Microsoft nella banca centrale dell’AI, e senza Aws di Amazon, che della nuova economia è il padrone di casa, il landlord che affitta i muscoli computazionali a chiunque voglia provare a sfidare gli dei. E poi ci sono gli attori cinesi, i nuovi modelli di AI che puntano sul low cost e su consumi energetici inferiori rispetto agli algoritmi occidentali.
Ecco perché il Festival dell’Economia di Trento diventa il luogo dove provare a staccare la spina per capire cosa succede sotto la scocca. Al centro del dibattito ci sono gli imperi digitali che stanno riscrivendo la vecchia e la nuova globalizzazione: Paolo Benanti, presidente comitato per l’intelligenza artificiale al dipartimento per l’informazione e l’editoria della presidenza del Consiglio dei ministri e Sabino Cassese, Scuola Normale Superiore di Pisa. Sono loro i protagonisti che tireranno le fila per inquadrare ancora meglio il ruolo degli imperatori del digitale.
Questa non è solo una corsa all’oro algoritmica, ma una ristrutturazione profonda delle fondamenta della nostra civiltà tecnica. Se i giganti della West Coast agiscono come i nuovi baroni delle ferrovie, il silicio e l’energia sono diventati le rotaie e il carbone di questo secolo. Il vantaggio competitivo non si gioca più solo sulla raffinatezza del software, ma sulla capacità di accaparrarsi gigawatt di potenza e milioni di chip. In questo scenario, l’avanzata dei modelli cinesi non è un semplice rumore di fondo: la loro ricerca su algoritmi “leggeri” ed energeticamente sostenibili rappresenta un tentativo concreto di scardinare il dominio del silicio californiano, riducendo le barriere d’accesso per il resto del globo.
Ma il vero nodo gordiano che avviluppa questi imperi non è tecnologico, è politico. Il rischio è l’instaurazione di un “feudalesimo digitale” dove i cittadini diventano sudditi di piattaforme che non hanno eletto, ma dalle quali dipendono per ogni interazione sociale ed economica.
È qui che la riflessione di Benanti e Cassese si fa urgente: come può il diritto pubblico inseguire una tecnologia che muta a velocità esponenziale?

