Intelligenza artificiale e praticanti, più regole a tutela della professione forense
Necessaria anche una maggiore formazione già dall’università. I temi principali della seconda giornata di «Talk to the future»
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I punti chiave
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Una nuova deontologia che disciplini l’intelligenza artificiale per garantire un futuro alla professione dell’avvocato. La richiesta di regole di soft law, facilmente applicabili perché condivise, arriva dai più giovani, dai praticanti in avvocatura. Il motivo è semplice: proprio perché utilizzatori precoci e nativi digitali, sono più consapevoli delle potenzialità e dei rischi dell’Ai all’interno della professione. Non adottano un atteggiamento luddista, anzi, fanno uso dei nuovi strumenti, ma considerano fondamentale, come tutela in primis della loro professionalità e poi del cliente, avere sia linee guida da seguire nella pratica quotidiana sia una formazione che permetta un accesso paritario ai vantaggi offerti dall’uso dell’intelligenza artificiale.
È questo dato, insieme all’incremento dell’uso dell’Ai negli studi legali, a emergere con più forza durante il dibattito avvenuto ieri, a Palazzo di Giustizia, in occasione della presentazione della survey curata dall’Ordine degli avvocati di Milano, in collaborazione con «Il Sole 24 Ore», nell’ambito della manifestazione «Talk to the future».
Il dibattito
In un contesto in cui l’Ai diventa commodity e non più soltanto leva competitiva, un ruolo fondamentale è svolto da chi detta gli argini entro cui prende nuova forma la professione. «Gli ordini professionali svolgono un ruolo importante e di riferimento per la costituzione di regole condivise: è proprio la condivisione infatti a renderle applicabili», commenta Antonino La Lumia, presidente dell’Ordine degli avvocati di Milano. Dello stesso avviso Carlo Gagliardi, avvocato del Foro milanese: «L’ordine deve imbrigliare l’intelligenza artificiale per assicurare a tutti i professionisti, specialmente ai più giovani, che l’avvocatura continuerà ad avere un futuro, sebbene rimodellata dai cambiamenti in corso. Perché questo avvenga serve anche una maggiore formazione dei praticanti già dall’università in materie non legali, come tecnologia, marketing, comunicazione e gestione del cliente».
Il timore della sostituzione, d’altronde, è ben chiaro a chi sta iniziando ora la carriera forense. «I praticanti sono consapevoli dei rischi a cui sono esposti, per questo, come Associazione italiana giovani avvocati, siamo convinti che la formazione debba avvenire già all’università, perché deve esserci parità di accesso all’uso dell’Ai», sottolinea Veronica Consolo, coordinatrice del Dipartimento Ai di Aiga. «È giusto che la professione sia stimolata dalla concorrenza, ma alla base deve esserci una parità delle armi».
L’evoluzione
Il patrimonio di dati raccolti nei tre anni in cui, annualmente, si è svolta la survey, evidenzia la velocità di reazione degli avvocati alla velocità di sviluppo della tecnologia: nel 2024 l’approccio era prudente e curioso; nel 2025 si comprende che bisogna fare i conti con l’Ai; nel 2026 si inizia a dar forma a un’infrastruttura. «L’Ai è una leva di efficienza e produttività perché velocizza la fase preparatoria, come la ricerca giuridica e la stesura della prima bozza, consentendo di liberare tempo per la strategia e il confronto con il cliente», spiega Valentina Masi, consigliera dell’Ordine e presidente di Asla. «I quattro punti a cui prestare attenzione oggi sono: policy dello studio; contratti con i fornitori; cultura del controllo; formazione». Il controllo umano rientra anche fra i tre pilastri tramite cui la deontologia deve diventare più concreta, dice Giuseppe Vaciago, coordinatore del tavolo Ai e Giustizia dell’Ordine e vicepresidente di Asla. «Gli altri sono trasparenza e confidenzialità. Le linee guida servono all’avvocatura anche per realizzare gli investimenti corretti nei tool ed essere certi, al contempo, della compliance».







