Intelligenza artificiale per il 61% dei medici ma resta il nodo della formazione
L’exploit dell’AI Generativa tra i camici bianchi pone il tema delle competenze e dell’uso di strumenti dedicati al settore sanitario: i primi dati dell’Osservatorio Sanità digitale del Politecnico di Milano presentati in anteprima al Festival dell’Economia
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L’Intelligenza artificiale segna un vero e proprio exploit tra i medici: il 61% oggi utilizza l’AI generativa, da Chat Gpt a Copilot. Il dato, presentato in anteprima al Festival dell’Economia, arriva dall’ultima ricerca dell’Osservatorio Sanità digitale del Politecnico di Milano. «Preoccupa però che nel 90% dei casi si usino piattaforme non specifiche per il settore sanitario, quelle che i medici acquistano direttamente - avvisa la direttrice dell’Osservatorio, Chiara Sgarbossa -. Questo comporta potenziali rischi nel caso in cui si inseriscano dati personali del paziente o referti, senza utilizzare versioni più chiuse».
Non solo: «C’è il pericolo di “allucinazioni” e cioè che le risposte non siano vere ma solo probabili e plausibili - prosegue - e per questo è importante andare verso piattaforme dedicate». A dichiararsi “formato” in tema di AI generalista è intanto appena il 30% dei professionisti: «Occorre rendere i medici più consapevoli degli strumenti che utilizzano ma anche sviluppare competenze utili per questa vera e propria rivoluzione», conclude l’esperta.
Una rivoluzione che “è già qui”, sottolinea Andrea Laghi, direttore Dipartimento Diagnostica per Immagini, Irccs Istituto clinico Humanitas : «C’è un’AI “invisibile” molto diffusa, dalla diagnostica per immagini alla cardiologia alla dermatologia. Idem in oncologia, dove oggi la Tac emette una dose di radiazioni del 60% più bassa rispetto a quattro-cinque anni fa, grazie a sistemi integrati di machine learning». Non solo: oggi l’AI può essere di supporto anche in contesti critici come i Pronto soccorso, con la sua capacità di riconoscere in prima battuta una frattura - ma la conferma resta al radiologo - o di assegnare priorità di visita ai pazienti più gravi. C’è poi l’AI “conversazionale” che aiuta il medico a refertare e nella relazione con il paziente.
Resta però il tema di una gestione consapevole. «Il medico attuale, con le sue competenze, non può “farcela” da solo - avvisa Laghi -: perché questo sia possibile serve un team multiprofessionale che includa ingegneri biomedici, ingegneri clinici, data scientist, esperti giuristi e amministrativi. Quanto alle nuove generazioni, i nostri primi laureati di Humanitas Medtec School che unisce Medicina e Ingegneria Biomedica, sono già “nativi”», conclude.
Ma intanto, a che punto è l’Italia? «L’investimento sull’Intelligenza artificiale è partito solo quattro anni fa - sottolinea Domenico Mantoan, Ad Ospedale Pederzoli di Peschiera del Garda, già Dg Agenas e ora nel Cda dell’Agenzia - ma nel contesto dell’AI Act europeo, siamo stati i primi a darci una legge, fissando paletti chiari. Inanzitutto, questo strumento non può sostituire né l’uomo né il medico; poi, i dati del cittadino possono essere utilizzati “in chiaro” solo per la cura. Però oggi, perché non si crei un far west, i manager degli ospedali devono conoscere la legge. Quanto all’assistenza sul territorio, per supportare i medici di famiglia nella presa in carico dei pazienti cronici Agenas sta costruendo la Piattaforma nazionale ’Mia’ basata proprio sull’IA».







