Interno olandese con frutta marcia
L’estranea, di Yael Van Der Wouden, è uno dei cinque romanzi finalisti al premio Strega europeo. Ambientato negli anni 60, ritrae due donne chiuse in una casa che si tormentano a vicenda sullo sfondo di una delle terribili tragedie del ’900
di Lara Ricci
3' di lettura
3' di lettura
In una gelida primavera olandese, tra le radici di una zucca morta per il freddo in giardino, Isabel trova un pezzo di ceramica. Lo riconosce come un frammento del servizio di piatti preferito di sua madre, un servizio che avevano trovato in casa quando, bambini, lei e i suoi due fratelli si erano trasferiti in campagna con la mamma, fuggendo dalla città bombardata.
Orfana da dieci anni, da quando ne aveva venti, Isabel vive ancora lì, dopo aver accudito sua madre fino alla morte, tenendo tutto in un ordine spettrale. I due fratelli non c’erano già più quando la donna si era ammalata, uno era andato via per studiare, l’altro era scappato quando il suo amore per l’insegnante di pianoforte era stato scoperto e avversato. Anche ora vengono di rado e tengono rapporti distanti e dolorosi con quella sorella nevrotica, ossessionata dall’idea che la domestica possa rubarle gli oggetti, attaccata morbosamente alla casa, a un’infanzia ormai ammuffita, come il giardino dove i vegetali marciscono lentamente dopo una primavera troppo fredda.
Una trentenne dura e austera, sessuofoba, disgustata dall’idea di qualunque contatto fisico, incapace di incontrare il compagno del fratello minore Hendrik, di anche solo nominare la sua omosessualità, e orripilata dalle sempre nuove innamorate del maggiore Louis.
In poche mosse la scrittrice esordiente Yael Van Der Wouden proietta il lettore nell’atmosfera claustrofobica e crudele di quel che resta di una famiglia borghese dei primi anni Sessanta. La descrizione di Eva, nuova fiamma di Louis, piccola, povera, dai capelli ossigenati, i vestiti dozzinali, i modi sdolcinati e l’allegria forzata, è tanto spietata quanto perfide sono le battute che le rivolgono Isabel e Hendrik: nelle prime pagine si prova quel fastidio per l’umanità che assale il lettore nei romanzi di Irène Némirovsky o nei racconti di Clarice Lispector.
C’è un cambio di passo quando, un giorno, la vita abitudinaria e solitaria di Isabel è messa sottosopra dall’arrivo di Louis che le chiede di ospitare Eva per un mese, mentre lui è in viaggio di lavoro. Incapace di rifiutare, anche perché è il figlio maggiore l’erede cui è stata promessa la casa, e non Isabel che ci vive, inizia la forzata convivenza con la giovane donna di cui non sappiamo niente - se non che dall’aspetto potrebbe sembrare un’italiana - anche perché Isabel non si premura di fare nulla che possa metterla a suo agio, nemmeno qualche domanda di circostanza sulla sua vita precedente.








