Giornata mondiale

Ipertensione: pressione arteriosa elevata in Italia e controlli trascurati

Secondo i primi risultati del progetto Cuore dell’Iss circa la metà degli uomini e due donne su cinque tra i 35 e i 74 anni presentano valori oltre i limiti

di Ernesto Diffidenti

Doctor checking blood pressure of the patient, selective focus DragonImages - stock.adobe.com

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Circa la metà degli uomini e circa due donne su cinque tra i 35 e i 74 anni presenta valori elevati di pressione arteriosa o è in trattamento per l’ipertensione. Lo rilevano i nuovi dati preliminari del Progetto Cuore dell’Istituto superiore di sanità diffusi in occasione della Giornata mondiale dell’ipertensione del 17 maggio dai quali emerge una media della pressione massima pari a 134 mmHg negli uomini e 126 mmHg nelle donne e quella minima 79 mmHg negli uomini e 75 mmHg nelle donne. “Una quota consistente della popolazione adulta - osserva Chiara Donfrancesco, ricercatrice del Dipartimento malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e dell’invecchiamento dell’Iss e responsabile dell’indagine - convive con valori di pressione arteriosa elevati, spesso senza che ne sia consapevole. Per questo è fondamentale promuovere un monitoraggio periodico della pressione arteriosa e sensibilizzare la popolazione a seguire i suggerimenti sugli stili di vita e le prescrizioni farmacologiche del medico”.

Molti casi non controllati

La percentuale di adulti con pressione arteriosa elevata (uguale oppure superiore a140/90 mmHg) resta significativa: 37% degli uomini e 23% delle donne. Dai dati emerge un ulteriore elemento critico: una parte rilevante delle persone ipertese non è trattato o se trattato risulta avere comunque pressione elevata. “Tra coloro che hanno pressione elevata o sono in terapia - sottolinea l’Iss - una quota consistente non è consapevole di poter avere problemi di controllo della pressione (41% degli uomini e il 31% delle donne), una parte è consapevole ma non è in trattamento farmacologico (il 12% degli uomini e il 15% delle donne), un’altra parte è in trattamento ma presenta comunque livelli di pressione elevati (il 23% degli uomini e il 35% delle donne), e solo una quota minoritaria degli ipertesi risulta avere livelli pressori non elevati (il 24% degli uomini e il 19% delle donne)”.

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Sfida di sanità pubblica dall’età pediatrica

L’ipertensione è uno dei principali problemi di salute pubblica a livello globale ed è responsabile come concausa di circa il 12,8% dei decessi. Sebbene sia tipica dell’età adulta, negli ultimi anni è in aumento anche tra bambini e adolescenti, soprattutto in relazione alla diffusione dell’obesità.

Nella popolazione pediatrica, sottolinea l’ospedale pediatrico Bambino Gesù, interessa il 3-7% dei soggetti apparentemente sani, ma può arrivare fino al 20-25% nei bambini in sovrappeso o obesi. In molti casi è legata a malattie renali, endocrine o cardiovascolari, ma in una quota significativa – fino al 30% – non si riesce a identificarne la causa e si parla di ipertensione “essenziale”. Questa condizione è particolarmente rilevante perché tende a persistere nel tempo e può provocare già in età pediatrica danni agli organi bersaglio, soprattutto al cuore, con aumento della massa ventricolare sinistra e alterazioni della struttura cardiaca.

Il ruolo dei reni e le conseguenze sul cuore

Lo studio condotto dall’unità operativa di Medicina dello sport e ipertensione arteriosa e da quella di Imaging multimodale del Bambino Gesù si concentra su una possibile causa finora poco considerata: le anomalie anatomiche delle arterie renali. Analizzando 107 bambini e adolescenti con ipertensione primaria, i ricercatori hanno osservato che circa il 65% presenta varianti della vascolarizzazione renale, come arterie accessorie o di calibro ridotto. La presenza di queste anomalie potrebbe alterare il flusso di sangue al rene e attivare meccanismi ormonali che aumentano la pressione arteriosa. In questo modo, anche nei casi apparentemente “senza causa”, il rene potrebbe avere un ruolo diretto nel causare l’innalzamento della pressione arteriosa.

Lo studio ha anche rilevato come il 41% dei pazienti presenti già un danno cardiaco sotto forma di ipertrofia ventricolare sinistra, segno che la pressione arteriosa elevata può danneggiare il cuore fin dalle prime fasi della vita. Il confronto tra il gruppo di pazienti con e senza anomalie renali non ha evidenziato differenze significative nei valori pressori o nel danno cardiaco, ma ha mostrato che nei primi l’ipertensione è più difficile da controllare e richiede più spesso una terapia con più farmaci.

“In molti ragazzi quella che chiamiamo ipertensione essenziale (senza causa) potrebbe in realtà dipendere da come sono fatti i vasi del rene - spiega Ugo Giordano, primo autore dello studio -. Riconoscere queste anomalie aiuta a capire meglio la malattia e a intervenire prima, per proteggere il cuore”.

Un piano cardiovascolare per l’Italia

Le malattie cardiovascolari rappresentano la prima causa di morte nel nostro Paese: circa il 30% dei decessi e di un impatto economico superiore ai 20 miliardi di euro tra costi sanitari diretti e perdita di produttività. Un carico in larga parte evitabile, intervenendo in modo tempestivo su prevenzione e diagnosi precoce. In questo contesto, diventa prioritario dotare l’Italia di una strategia organica e strutturata. Anche alla luce del Safe Hearts Plan della Commissione europea che invita infatti gli Stati membri a sviluppare entro il 2027 un piano nazionale per la prevenzione e il controllo delle malattie cardiovascolari. Per rispondere a questa sfida, le sei società scientifiche cardiologiche insieme a Confindustria dispositivi medici, hanno elaborato il Piano cardiovascolare per l’Italia, che individua nella prevenzione e nello screening diffuso i pilastri per ridurre il carico delle patologie cardiovascolari.

“Serve una strategia nazionale che renda la prevenzione un livello essenziale e accessibile a tutti i cittadini - sottolinea Guido Beccagutti, direttore generale di Confindustria dispositivi medici -. In questo percorso, le tecnologie e i dispositivi medici sono un fattore abilitante per portare screening e monitoraggio vicino alle persone e supportare una gestione più efficace e continuativa. Il Piano cardiovascolare per l’Italia rappresenta un’opportunità concreta per costruire un modello più equo, sostenibile e orientato alla prevenzione”.

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