La guerra congelata

Iran, pressing di Pakistan e Qatar per accordo di pace

Il mediatore pakistano Munir è volato a Teheran, delegazione anche da Doha. Secondo i media arabi un’intesa sarebbe imminentema da Teheran smentiscono

dal nostro corrispondente a New York Marco Valsania

Il capo dell’esercito pakistano, Asim Munir (a sinistra) ricevuto a Teheran dal ministro dell’Interno iraniano Eskandar Momeni REUTERS

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Pressing diplomatico del Pakistan e del Qatar per strappare a Teheran un accordo con gli Stati Uniti che scongiuri riprese di una guerra devastante per la regione e sempre più pericolosa l’economia globale.

L’influente capo dell’esercito pakistano Syed Asim Munir, secondo indiscrezioni, è volato in Iran, con la missione di finalizzare un’intesa almeno provvisoria che sostituisca l’attuale fragile tregua. A Teheran è giunta anche una delegazione da Doha, finora rimasta in disparte e che adesso avrebbe invece coordinato un ingresso in campo con Washington.

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Al centro dei faccia a faccia è una lettera d’intenti che preveda la fine immediata di tutti i combattimenti, la riapertura dello Stretto di Hormuz e linee guida per una fase negoziale di 30 giorni che definirebbe i dettagli dei capitoli più scottanti, dal programma nucleare di Teheran al destino delle sue scorte di uranio arricchito, da garanzie di pace al futuro di Hormuz e alla graduale eliminazione delle pesanti sanzioni statunitensi all’Iran. La rete Tv saudita Al-Arabiya ha affermato che un testo finale di cessate il fuoco, del quale avrebbe visto una bozza, potrebbe essere pronto a ore.

La suspense sull’esito delle intense manovre è stata però evidenziata dal silenzio ufficiale finora dei protagonisti. Dal ministero degli Esteri di Islamabad, i portavoce hanno fino all’ultimo indicato di «non essere al corrente di una visita» iraniana di Munir pur senza escluderla, dopo giorni di incontri di più basso livello.

Non solo. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha avvertito che, se il dialogo continua, «non possiamo affermare che un accordo sia imminente». E la delegazione negoziale iraniana ha riaffermato che «Teheran chiede il rispetto dei propri diritti». Anche se i media del Paese, forse in segno di distensione, hanno rivelato che nelle ultime 24 ore, con il coordinamento della marina iraniana, sarebbero transitate da Hormuz 35 navi cargo, più di altri giorni. Ore prima avevano parlato di una riduzione delle differenze tra le parti.

Cauto ottimismo è stato espresso dall’amministrazione americana. Il presidente Donald Trump ha sostenuto che Teheran vorrebbe «disperatamente» scendere a patti, aggiungendo un ambiguo «vedremo». Sull’Iran «ci sono stati piccoli progressi, movimenti, e questo è positivo», ha precisato il Segretario di Stato Marco Rubio dal vertice Nato in Svezia. Anche se ha detto «di non volerli esagerare» e che richieste iraniane quali un pedaggio a Hormuz restano inaccettabili. Teheran sta negoziando con l’Oman un simile meccanismo. Rubio ha ribadito il principale diktat americano: Teheran non può avere un’arma atomica.

Per l’amministrazione Trump una soluzione non militare alla crisi appare un obiettivo sempre più desiderabile. Le pressioni domestiche per uno stop al conflitto crescono, comprese rare ribellioni nei ranghi della maggioranza repubblicana al Congresso: alla Camera è stato cancellato il voto su una mozione che vieta a Trump di proseguire la guerra senza autorizzazione parlamentare, perché sarebbe stata approvata.

Lo shock energetico causato dal blocco di Hormuz ha intanto costretto gli americani a spendere 44,8 miliardi di dollari in più solo in benzina e gasolio, pari a 190,47 dollari a famiglia e al 4,2% del reddito delle fasce meno abbienti. La fiducia dei consumatori è precipitata a maggio al nuovo minimo storico di 44,8 secondo l’indice dell’Università del Michigan. E un sondaggio Gallup ha trovato che solo il 16% degli elettori, record negativo dal 2022, definisce buone o eccellenti le condizioni economiche, il 49% le giudica pessime.

L’inflazione neutralizza inoltre ipotesi di aiuti di politica monetaria, chiesti a gran voce dalla Casa Bianca, ad un’espansione e un mercato del lavoro indeboliti. I mercati future scommettono semmai su un rialzo dei tassi di interesse entro l’anno. Neppure l’arrivo del nuovo presidente della Federal Reserve voluto da Trump, Kevin Warsh che ha giurato ieri per assumere l’incarico, potrà aggirare queste preoccupazioni.

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