Rapporto annuale

Istat: per l’Italia serve una forte spinta sul “capitale umano”, valorizzare giovani e immigrati

Rapporto annuale dell’istituto di statistica: cresce occupazione ma la produttività è stagnante

di Carlo Marroni

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L’economia mondiale – che cresce, ma in modo non omogeneo - è alle prese con la guerra in Medio Oriente e con il conseguente rialzo dei prezzi dell’energia, fattori che alimentano i rischi al ribasso per la crescita globale. E in particolare l’Italia in questo quadro soffre: lo scorso anno l’attività economica ha registrato un rallentamento rispetto al biennio precedente, con un’espansione del Pil sostenuta dalla domanda interna e dagli investimenti, mentre il contributo della domanda estera netta è risultato negativo.

Nel confronto internazionale, la performance italiana si colloca al di sopra di quella della Germania, ma resta inferiore ai ritmi di crescita di Francia e Spagna. Non solo: la popolazione cala, la produttività è stagnante, anche se l’occupazione cresce.

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Al paese ora più che mai serve un cambio di passo nel “capitale umano”: solo rafforzando le competenze, valorizzando i nostri giovani, gli immigrati, e aumentando il nostro capitale sociale potremo affrontare le sfide che abbiamo di fronte, sfide che richiedono politiche integrate in grado di sostenere la natalità, l’occupazione e l’accesso equo ai servizi.

La fotografia

Dal rapporto annuale dell’Istat, presentato giovedì 21 maggio presso l’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dal presidente Francesco Maria Chelli, alla presenza del capo dello Stato, Sergio Mattarella, emerge un messaggio chiaro: è sulle persone, e in particolare sui giovani, che bisogna puntare. L’Italia deve orientarsi verso un modello di sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività.

Il tema chiave del rapporto Istat è che per assicurarsi un futuro di benessere, l’Italia deve orientarsi ancora più decisamente verso un modello di sviluppo basato su investimenti, innovazione e produttività, capace di sostenere salari più alti e migliori prospettive. Per raggiungere questo obiettivo, l’investimento in capitale umano diventa assolutamente decisivo, e si conferma l’obiettivo (segnalato dai più illustri demografi) che non può essere lasciato indietro neppure un giovane.

Ed è necessario quindi non solo aumentare le risorse destinate all’istruzione, in particolare quella universitaria, ma anche garantire che il progresso tecnologico diventi un fattore di inclusione per tutti. La capacità di produrre e valorizzare il capitale umano, oltre a dipendere dall’offerta di attività formative, richiede un adeguato livello di capitale sociale, un insieme di relazioni fiduciarie, norme condivise e reti di cooperazione che favoriscono la coesione sociale e l’equità delle opportunità, nonché l’apertura al futuro e all’innovazione.

I numeri

I numeri parlano chiaro: nel nostro Paese la popolazione continua a essere interessata da trasformazioni che non riguardano solo la consistenza numerica (58,9 milioni di individui al 1° gennaio 2026), ma anche composizione e struttura, incidendo sugli equilibri socioeconomici. Nel 2025 la popolazione non ha subito variazioni rispetto all’anno precedente, ma il saldo naturale resta negativo (-296 mila unità) ed è stato compensato da una dinamica migratoria positiva di entità analoga. In questo contesto, il calo delle nascite (355 mila unità; -3,9% sul 2024) è alimentato dalla minore propensione ad avere figli (da 1,18 a 1,14), ma anche dalla minore consistenza delle generazioni in età riproduttiva. Si conferma la tendenza a posticipare la genitorialità (nel 2025 l’età media al parto è di 32,7 anni).

Si riduce anche il tasso di disoccupazione fino a raggiungere il livello medio europeo

Tra i numeri-chiave uno dei principali riguarda l’occupazione: il 2025 ha confermato la traiettoria di espansione del mercato del lavoro, trainata soprattutto dalle fasce più mature della popolazione (50 e più - 42%); si riduce il divario con l’Europa, ma il tasso di occupazione (nel 2025, 62,5%) colloca ancora il nostro Paese in posizione di coda dell’UE27. Si riduce anche il tasso di disoccupazione fino a raggiungere il livello medio europeo (6,1%). Aumentano le forme di lavoro standard (15,7 milioni di individui, in crescita di 2,3 milioni rispetto al 2019, quasi i due terzi dell’occupazione totale) e calano i vulnerabili che dopo l’incremento post-pandemico del 2021-2022, si sono ridotti di quasi un milione, (oltre 4 milioni nel 2025, il 17,0% del totale degli occupati; il 22,3% nel 2019), caratterizzate da contratti temporanei, part-time involontario e bassi livelli retributivi. Migliora la quota di NEET giovani 15-19enni non occupati e non più inseriti in percorsi scolastici o formativi. Nel 2025 sono il 13,3% contro il 25,7% nel 2015. Siamo insomma sulla buona strada, ma in futuro dovremo fare ancora meglio. Se la partecipazione al mercato del lavoro rimanesse fissa ai livelli del 2025, entro il 2050, per il solo effetto della prevista diminuzione della popolazione tra i 15 e i 64 anni, gli attivi registrerebbero un calo di oltre cinque milioni di individui (da 24,8 milioni nel 2025 a 19,7 milioni).

Tra il 2007 e il 2025, il numero di occupati con la laurea è aumentato del 70 per cento

Per contrastare le conseguenze macroeconomiche di un calo dell’attività economica – osserva il rapporto annuale dell’Istat - sarà dunque necessario un aumento significativo dei tassi di attività, a partire da quelli dei giovani e delle donne, colmando gli ampi e persistenti divari territoriali e per livello di istruzione. E ricordiamoci che ad alimentare i divari di genere è la persistente asimmetria nei carichi familiari: nonostante un lento processo di convergenza, le donne continuano a sostenere la quota maggiore del lavoro domestico e di cura, anche nelle coppie in cui entrambi lavorano (le donne svolgono il 68,9 per cento del lavoro familiare complessivo, in calo rispetto al 75,4 per cento del 2003). Per tornare al tema della formazione un dato è eloquente: tra il 2007 e il 2025, il numero di occupati stimato dalla rilevazione sulle forze di lavoro dell’Istat è aumentato di quasi 1,3 milioni di unità, passando da 22,8 a 24,1 milioni, con un incremento del 5,6 per cento. Nello stesso periodo, gli occupati con titolo terziario – quindi la laurea - sono aumentati di circa il 70 per cento. Tra il 2011 e il 2025, invece, gli occupati inquadrati come specialisti e tecnici sono aumentati di circa il +15,0 per cento. Si tratta di cambiamenti sostanziali, nonostante l’Italia sia indietro rispetto alle maggiori economie europee per numero di laureati e di personale qualificato

Non c’è ancora un cambio di passo negli indicatori della produttività

L’andamento dei principali indicatori di produttività non mostra ancora il cambio di passo necessario a rafforzare le prospettive di crescita dell’economia italiana. Nel decennio 2015-2025, a fronte di una variazione media annua del valore aggiunto dell’1,5 per cento, il contributo dei fattori di produzione, lavoro e capitale, è stato pari rispettivamente a circa 0,9 e 0,1 punti percentuali, mentre la produttività totale dei fattori (PTF), una misura del contributo alla crescita offerto da tecnologia e conoscenza, ha fornito un apporto di 0,6 punti percentuali. La dinamica di quest’ultima componente è il risultato di due fasi contrapposte: un incremento significativo nel quinquennio pre-pandemico (+0,9 punti) e una fase di sostanziale stagnazione tra il 2021 e il 2025 (-0,2 punti).

Il confronto con la Spagna: l’economia iberica ha una forte capacità nella produttività e orientamento ai settori a tecnologia più avanzata

Uno dei dati di maggiore interesse del rapporto è il confronto con la Spagna, che negli ultimi anni ha registrato una crescita mediamente superiore a quella dei principali paesi dell’area euro, inclusa l’Italia. Tra il 2022 e il 2025, nella fase successiva al recupero dei livelli pre-pandemici, il Pil spagnolo ha registrato una crescita cumulata del 9,0 per cento, a fronte di un 2,3 per cento in Italia. Questo risultato non è riconducibile esclusivamente a episodi ciclici, ma riflette anche una maggiore capacità dell’economia spagnola di generare una crescita più sostenuta della domanda interna e dell’attività produttiva, anche attraverso incrementi della produttività e un maggiore orientamento verso settori a tecnologia più avanzata, specialmente nei servizi. In Spagna, la crescita del 2025 rispetto al 2022 è stata trainata congiuntamente da consumi ed esportazioni (+6,8 e +3,6 punti percentuali), mentre in Italia i contributi delle stesse componenti sono risultati, in media, significativamente più contenuti (+2,2 e +0,2 punti percentuali). Dal lato dei consumi, le determinanti della migliore performance spagnola sono molteplici e includono non solo una crescita più intensa dei consumi delle famiglie, ma anche un maggiore impulso della spesa pubblica. In Spagna, infatti, l’aumento cumulato della spesa delle amministrazioni pubbliche è stato pari al 10,2 per cento, a fronte del 3,1 per cento registrato in Italia, riflettendo anche vincoli di bilancio meno stringenti. Il maggiore dinamismo dei consumi delle famiglie in Spagna rispetto a quelli italiani è riconducibile sia a fattori demografi ci sia a una crescita sostenuta dei redditi reali. L’aumento della popolazione spagnola tra i 15 e i 64 anni (+4,6 per cento tra il 2022 e il 2025) è stato infatti superiore a quello italiano (+1,6 per cento), trainato dalla forte espansione della componente degli stranieri regolari (+22,3 per cento; nello stesso periodo, +4,6 per cento in Italia). Tale componente ha ampliato la base produttiva e alimentato la domanda interna, generando un effetto cumulativo tra l’offerta di lavoro e i consumi. In Spagna, i redditi reali aumentano notevolmente nel periodo 2022-2025 (+14,8 per cento), mentre in Italia la loro crescita appare più debole e irregolare (+3,3 per cento nello stesso periodo).

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