Arte

Jenny Saville e l’anatomia dei corpi in quel di Venezia

La grande mostra dell’artista a Ca’ Pesaro, nell’anno della Biennale Arte, apre la stagione espositiva veneziana

di Silva Menetto

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Nessun filtro, nessuna indulgenza, solo la potenza espressiva della natura umana che è corpo, carne, sangue, pelle, e colore che in certi casi si addensa in spatolate materiche e in altri gocciola dalla tela, si trasforma, si mescola. Solo gli occhi sono l’unico elemento anatomico dipinto con perfezione fotografica: occhi che osservano, che scrutano, che sfidano lo sguardo del pubblico, anche se forse non vedono, in una sorta di divinazione, come nel caso di “Rosetta II” (2005-06) la giovane donna napoletana ritratta come un Omero cieco o un’antica veggente.

Jenny Saville in mostra a Venezia

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Jenny Saville si definisce con una singolare allitterazione “una pittrice pittorica”. Fin da quando era giovanissima, negli anni in cui la pittura figurativa aveva lasciato il passo ad altre forme di sperimentazione artistica, ha sempre sentito forte il richiamo a dipingere volti e persone, a far emergere dalla tela o dalla carta la tridimensionalità della figura umana in ogni sua posa, anche in composizioni di corpi.

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Nel suo studio a Oxford, sul muro, sono appese delle liste di nomi: Tiziano, Michelangelo, Rubens, Rembrandt sono i suoi riferimenti ideali, ma anche Picasso, Basquiat, De Kooning, Freud. Sono i compagni di squadra, gli artisti a cui ama pensare quando lavora.

Young British Artists

Jenny Saville è nata nel 1970 a Cambridge e fa parte della generazione degli Young British Artists, che tra la fine degli anni ‘80 e l’inizio dei ’90 del secolo scorso hanno scritto un capitolo decisamente nuovo dell’arte nel Regno Unito.

A lei, la Galleria Internazionale di Ca’ Pesaro, a Venezia, dedica un’ampia esposizione nell’anno marcato in laguna dalla Biennale Arte.

E’ un riconoscimento a una delle pittrici più importanti del contemporaneo ma anche il ritorno di Saville in una città a cui è profondamente legata. Lo dimostrano le due opere inedite - “Danae” e “Venus e Adonis” – che Saville ha creato proprio per l’esposizione, in omaggio a Venezia, alla sua storia e ai maestri del suo rinascimento.

Il dialogo con i grandi del passato è insito in tutte le sue tele ma senza citazioni dirette: sono suggestioni piuttosto, come nel caso di “Byzantium”, una “mater dolorosa” che campeggia su un fondo oro (rimando ai mosaici marciani), con un volto dai lineamenti antichi.

Passato e presente, pittura e impegno, un manifesto che il visitatore può riscontrare sala dopo sala, nelle trenta opere esposte a Ca’ Pesaro fino al 22 novembre, tra tele monumentali e quadri di formato più piccolo: una silloge di capolavori che hanno segnato la produzione dell’artista negli ultimi decenni.

Su tutto campeggia la costruzione della carne pittorica, con la densità del colore e con la capacità dell’immagine di trattenere il tempo, come già fu per Tiziano, Rubens, Schiele. Non c’è compiacimento nell’estetica di Jenny Saville e nemmeno concessione alla bellezza stereotipata: il corpo umano è tratteggiato in tutta la sua imperfezione, nella sua fisicità debordante – emblematica “Propped”, la tela di esordio - e in tutta la sua profonda, condivisa umanità.

Lo è anche quando l’occhio di Saville si sposta dal corpo individuale a una dimensione collettiva legata alla cronaca, con le serie più recenti ispirate a immagini di guerra e a crisi umanitarie, come Aleppo o le varie Pietà. Qui la pittura di Saville si misura davvero con il presente. Non cerca consolazione né distanza, ma insiste sul corpo come luogo di conflitto, di esposizione, di vulnerabilità. E di riflessione.

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