L’acciaio canadese paga il conto del muro con gli Usa
La produzione di acciaio in Canada è scesa del 15% rispetto al 2025, l’export verso gli Usa crolla del 55% nel 2026
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È stato l’acciaio uno dei principali detonatori che ha fatto saltare in aria i negoziati per il rinnovo dell’Umsca (il patto di libero scambio tra Stati Uniti, Canada e Messico che ha sostituito il Nafta) portando Washington e Ottawa allo scontro aperto degli ultimi giorni. Una variabile che sta scompaginando le scelte dei principali operatori del mercato (tra questi anche l’americana Cleveland Cliffs), costretti a dolorose scelte finanziarie e rapidi riposizionamenti sul mercato interno.
Chiedilo al Sole
Non c’è dubbio che la siderurgia sia stato l’innesco materiale più potente per la deflagrazione delle ultime settimane, con il Canada che ha deciso di rispondere all’escalation statunitense attivando i contro-dazi lo scorso 8 settembre, colpendo per prima cosa oltre 300 prodotti derivati dall’acciaio (e dall’alluminio) americano e raddoppiando le tariffe al 50%. A un anno dall’introduzione della Section 232, con i dazi al 50% sulle importazioni di acciaio nel territorio americano, l’industria siderurgica canadese era già allo stremo dopo il lungo braccio di ferro con l’industria americana, per nulla intenzionata a rinunciare ai benefici (evidenti nei bilanci e sul mercato, dopo 12 mesi di applicazione) del sistema tariffario speciale. Ora incombono nuove stratificazioni e vincoli, in parte già varati, in parte minacciati e attesi a partire dal 2027.
Produzione in discesa del 15%
Secondo i dati dell’Earth-i Savant Global Monitoring Index, la produzione di acciaio in Canada è scesa del 15% a maggio rispetto al 2025, a un anno dal primo giro di vite dell’amministrazione Trump, mentre il dato progressivo annuo registra un calo del 14% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. La causa principale di questa contrazione - prosegue lo studio - è la drastica riduzione delle esportazioni verso gli Stati Uniti, innescata dal famigerato dazio del 50% legata al mandato Section 232 (maggio 2025) e, da pochi mesi, dall’estensione delle tariffe anche ai prodotti derivati dell’acciaio. I flussi commerciali verso gli Usa hanno subito un crollo verticale, con l’export canadese che è diminuito del 31% nel corso del 2025 e segna un -55% progressivo nei primi tre mesi del 2026, in base ai report della Us International Trade Administration.
La situazione per i principali operatori, ora, può solo peggiorare, anche se la siderurgia canadese sta parando i colpi ricalibrando la strategia sul mercato interno, slegandosi dalla supply chain per l’auto Usa, anche grazie al maxi-piano di aiuti economici del Governo di Ottawa.
La crisi di Algoma
Algoma, con 2,2 milioni di tonnellate di produzione, nato all’inizio del Novecento e protagonista dello sviluppo della rete ferroviaria canadese, è il principale responsabile del calo annuo di tutti gli indici generali nazionali, esposta come è con circa la metà dei suoi prodotti commerciali primari tradizionalmente venduti agli Usa. Il gruppo ha anticipato la chiusura dei suoi altiforni a gennaio e sta progressivamente investendo (un miliardo di dollari canadesi al momento) in impianti a forno elettrico, una strategia che però sta pagando duramente in termini di capacità produttiva e a livello finanziario: si stima che Algoma genererà un Ebitda negativo nel 2026, dopo avere già chiuso anche l’esercizio precedente (al 31 marzo di quest’anno) con un Ebitda adjusted negativo di circa 450 milioni. Da maggio dell’anno scorso il titolo, quotato sul Nasdaq, ha perso circa il 30% del suo valore. Gli analisti stimano però un ritorno al breakeven nel 2027, man mano che la produzione dei nuovi impianti andrà a regime. In difficoltà anche i produttori di vergella e tondo, come Ivaco e la divisione canadese di Gerdau Nord America.
