La fotografia del Politecnico di Milano

L’AI già nel cuore del Pharma ma servono budget e competenze

Intelligenza artificiale “priorità” per il 78% delle aziende nel migliorare l’arruolamento dei professionisti sanitari e per il 48% nel supportare la ricerca ma restano limiti

Un medico in un concetto medico futuristico (Adobe Stock)

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Quasi 8 aziende farmaceutiche su 10 considerano ormai l’Intelligenza artificiale una priorità strategica per migliorare il coinvolgimento dei professionisti sanitari mentre in circa la metà l’AI entra appieno nei processi di scoperta di nuovi farmaci e nelle sperimentazioni cliniche. E se guardiamo all’AI generativa, crescono sia l’uso delle piattaforme di mercato - come ChatGPT, Copilot e Gemini - con account aziendale, sia le soluzioni sviluppate per la singola azienda che passano dal 36% al 76%.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Serve un budget ad hoc

A certificare una maggiore maturità nell’approccio all’innovazione digitale tra i protagonisti del Pharma è l’ultima ricerca dell’Osservatorio Life Science Innovation del Politecnico di Milano, che sarà presentata il 16 settembre nel capoluogo meneghino durante il convegno “AI e digitale nel Life Science: la creazione di valore oltre la sperimentazione”. Ma l’evoluzione fotografata dall’indagine deve ancora consolidarsi tenendo conto di una serie di criticità. Innanzitutto, la presenza di un budget centralizzato specifico ancora limitata a meno di un terzo delle aziende (27%) mentre nel 50% dei casi non è previsto alcun budget dedicato. Un fattore di debolezza: «Premesso che le tecnologie digitali e l’AI in particolare sono sempre più integrate e regolate nell’ecosistema Life Science, occorre però far sì che le risorse siano definite in un budget specifico e non “annegate” tra le diverse spese che una funzione aziendale ha a disposizione», commenta la direttrice dell’Osservatorio, Chiara Sgarbossa.

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Formazione da personalizzare

Altro tema su cui lavorare sono le competenze: se l’83% delle aziende ha formato i dipendenti sulle opportunità dell’AI e sull’utilizzo della Generative AI, nella maggior parte dei casi questo “addestramento” coinvolge solo alcuni ruoli ed è poco personalizzato. Inoltre, resta limitata (24%) la collaborazione delle imprese del Pharma con il settore pubblico nello sviluppo di soluzioni digitali. Elementi che tra luci e ombre l’Osservatorio ha inserito in una griglia di “maturità”, costruita con le stesse aziende e con Farmindustria, e che declina il rapporto tra farmaceutiche e innovazione digitale in 5 aree: strategia, cultura e competenze; governance del digitale e dell’AI; digitale per i trial clinici; innovazione digitale nella relazione tra Pharma e medici; servizi “beyond the pill”, dai database di Real World Evidence alle nuove terapie digitali.

Balzo dell’AI “dedicata”

Come detto, per le aziende farmaceutiche l’AI è oggi una priorità d’investimento: il 78% la considera strategica per rafforzare l’engagement dei professionisti sanitari e il 48% per supportare la scoperta di nuovi farmaci così come (56%) la raccolta Real World Data. Più contenuto il “peso” di altri ambiti: dati sintetici (37%), “in silico” trial (30%), terapie digitali (26%) e App e sensori per la salute (11%). Tra le barriere all’innovazione, ci sono la difficoltà dichiarata di quantificare i benefici degli investimenti (52%), la carenza di competenze adeguate (52%) e la normativa complessa (48%). Cresce però l’uso responsabile dell’AI: quasi la metà delle aziende (48%) ha introdotto policy globali per un impiego etico dell’Intelligenza artificiale, che sono anche adattate a livello globale per un altro 40%. Il balzo al 76% nella diffusione di soluzioni AI-dedicate è colto come uno dei principali segnali di maturità, in un’ottica di sicurezza e gestione dei dati.

Ricerca, AI “in progress”

Quanto alla digitalizzazione nei trial, il 64% delle aziende si colloca ancora su un “livello 2” (su quattro complessivi) di maturità digitale mentre resta di frontiera la generazione di dati sintetici e la costruzione di bracci sintetici di controllo, adottata dal 20% delle aziende. Si conferma invece il dato del 70% nell’uso dell’AI per la ricerca e l’analisi di letteratura scientifica mentre circa la metà delle aziende con l’AI progetta gli studi.

Infine, il rapporto supportato dall’innovazione digitale con i medici: il 67% degli specialisti chiede comunicazioni meno frequenti ma più mirate e un dottore su due segnala un eccesso di contenuti, a riconferma di un approccio ancora poco personalizzato da parte dell’azienda.

App e terapie digitali solo gratis e col “bollino”

Dal monitoraggio del diabete alla salute mentale, le App ma ancor più le terapie digitali (DTx) sono le frontiere in cui si declinano digitale e AI nel rapporto medico-paziente. E se le App sono una realtà anche in Italia, per le DTx si guarda al destino del testo unificato approvato dalla Camera all’unanimità a fine maggio e oggi in attesa dell’esame del Senato.
Le App, intanto: il 55% dei pazienti le usa per monitorare l’attività fisica, il 36% per i parametri clinici, il 26% per l’alimentazione e il 20% per l’aderenza terapeutica. Resta però - avvisano dall’Osservatorio del Politecnico - un tema di sicurezza poiché ben il 52% degli utenti non verifica che le App siano certificate come dispositivi medici. Per questo il ruolo di medici e farmacisti è cruciale: ma mentre il 36% degli specialisti ha già consigliato almeno una App - e il 44% ne ha utilizzato i dati inviati dai pazienti - i farmacisti a oggi sono stati consultati solo nel 13% dei casi anche se il 28% pensa che il proprio ruolo nel dare indicazioni sul corretto uso di questi strumenti crescerà.
Quanto alle DTx, parliamo di soluzioni software, certificate come dispositivo medico e sottoposte a validazione clinica, destinate ad attenuare o a trattare una malattia, un disturbo di salute, una lesione o una disabilità. E che possono essere utilizzati da soli o in combinazione con farmaci e dispositivi medici tradizionali, per migliorare i risultati clinici e la qualità della vita dei pazienti agendo non sulla biologia della persona ma su pensieri e comportamenti.
A livello globale il mercato è partito - per un valore stimato di 70 miliardi di dollari nel 2034 - e infatti nel mondo di terapie digitali certificate e validate clinicamente, sempre a fine maggio, se ne contavano 121 attive, per il 40% nell’area della salute mentale. Il 43% - ricordano dal Politecnico - è utilizzato insieme a terapie farmacologiche e il 17% integra tecnologie e AI per supportare le decisioni cliniche e personalizzare i trattamenti.
In Italia la legge dovrebbe vederne l’inserimento nei Livelli essenziali di assistenza (Lea) e quindi la rimborsabilità: un passaggio atteso dai pazienti e infatti il 75% si esprime a favore della gratuità. Ma proprio l’assenza oggi di una legge in Italia contribuisce a una conoscenza ancora limitata, anche tra i medici: solo il 33% degli specialisti distingue una DTx da una tradizionale App per la salute, anche se il 46% sarebbe disposto a prescriverle. Il 63% dei pazienti le utilizzerebbe su prescrizione: una fiducia che tra i cittadini - rileva l’indagine del Politecnico - si fonda sulla dimostrazione di efficacia clinica (64%), sulla garanzia di tutela dei dati personali (63%), sul supporto dei professionisti sanitari nella comprensione dei benefici (62%) e sulla validazione e approvazione da parte delle istituzioni (60%). Per la direttrice dell’Osservatorio Life Science Innovation Chiara Sgarbossa, intanto, la Pdl approvata alla Camera segna un passaggio importante: «Inquadra le DTx come dispositivi medici, ne prevede la valutazione attraverso l’Health Technology Assessment e - rimarca - apre all’inserimento nei Lea rendendole prescrivibili a carico del Servizio sanitario nazionale. Sarà fondamentale allora definire meccanismi di rimborsabilità adeguati per favorire accessibilità e adozione di queste terapie anche in Italia, offrendo ai pazienti nuove opportunità di cura in grado di migliorarne la salute», conclude l’esperta.

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