«L’AI di Israele? Ecosistema che non teme i fallimenti e lascia la proprietà intellettuale ai privati»
Parla Shahar Bracha, vice direttore dell’Israel AI Directorate: «Il Piano nazionale si basa su affidabilità in condizioni reali, integrazione con il mondo fisico, capacità di fare di più sotto il profilo del vincolo e della sicurezza. Il problema non è ciò che manca ma trasformare un modello che funzioni a livello teorico in un sistema su cui un medico possa fare affidamento, una rete elettrica possa operare, un agricoltore possa contare»
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Nel 2025 le exit realizzate dai fondi in start up israeliane hanno raggiunto 58,8 miliardi di dollari, in aumento del 340% rispetto all’anno precedente. «Ma nulla di tutto questo è stato costruito da un ecosistema in astratto. È stato costruito da persone, e quelle stesse persone stanno ora convergendo verso l’AI», spiega Shahar Bracha, vice direttore dell’Israel AI Directorate. «Noi rispondiamo ampliando posizioni di ricerca e insegnamento, creando percorsi combinati di ricerca e lavoro. Accanto a questo, una rete globale della Diaspora che colleghi gli esperti israeliani di AI, ovunque si trovino, con quanto accade qui, e un canale filantropico per il lavoro che il mercato da solo faticherebbe a finanziare. Non stiamo cercando soltanto di trattenere i nostri talenti. Stiamo cercando di fare di Israele il luogo che sceglierebbero comunque». Tel Aviv ha recentemente lanciato il proprio programma nazionale di sviluppo dell’Intelligenza artificiale, un modello olistico, molto diverso da quello americano o cinese ed estremamente distante dall’approccio europeo. Shahar Bracha è il numero due dell’ente cui spetta coordinare le attività governative, la gestione delle capacità di calcolo e delle fasi di sviluppo. Al tempo stesso, gli accordi lungo le catene del valore non solo sui chip, gli accordi energetici e, infine, i rapporti con le aziende private cui resta in capo la proprietà intellettuale.
Chiedilo al Sole
Vice direttore Bracha, che cosa considera un collo di bottiglia per la messa a terra di una Intelligenza artificiale performante? La capacità di calcolo, i talenti, la regolazione, l’adozione nel settore pubblico oppure il coordinamento tra ministeri?
«Onestamente, risponderei con un collo di bottiglia che non è nella sua lista. Perché è quello che conta davvero, e non è specifico di Israele. E il divario tra la rivoluzione dell’AI così come esiste su uno schermo e la rivoluzione dell’AI così come esiste nella vita reale. Il nostro piano nazionale si fonda su questa diagnosi. La rivoluzione è frenata a livello globale da cinque barriere: affidabilità dei modelli, adattamento ai bisogni professionali reali, difficoltà di collegare l’AI al mondo fisico, modelli economici che non hanno ancora trovato un equilibrio e vulnerabilità informatica. Dunque, affidabilità in condizioni reali, integrazione con il mondo fisico, capacità di fare di più sotto il profilo del vincolo e della sicurezza sono precisamente le quattro cose in cui Israele ha sviluppato competenze per oltre settant’anni. Quindi la difficoltà principale non è ciò che manca. Ma trasformare un modello che funziona a livello teorico in un sistema su cui un medico possa fare affidamento, una rete elettrica possa operare, un agricoltore possa contare. Questo e ciò che chiamiamo Lived AI, ed è lì che si concentra la strategia. Abbiamo istituito il National Institute for Impact-Driven AI (NIIA) come nostro motore esecutivo e, al suo interno, cinque sistemi di accelerazione, almeno due dei quali nelle aree periferiche. Ogni sfida parte fin dall’inizio con un responsabile business e un partner per l’implementazione - e questa e la disciplina che distingue un progetto pilota da una vera implementazione. Facciamo in modo che si muovano alla stessa velocità ministeri, ospedali ed enti regolatori: mettendoli attorno a un problema concreto, con una persona chiaramente responsabile del risultato».
Come funziona il budget pubblico?
«Il Piano si basa sugli investimenti, non su un finanziamento pubblico integrale. Lo Stato funge da catalizzatore ed è il primo cliente istituzionale. Un Paese delle nostre dimensioni che provi a spendere più delle superpotenze è destinato a perdere, e in malo modo. Le risorse pubbliche si dividono in due parti. Primo, la base sovrana: un orizzonte nazionale di almeno 100.000 acceleratori avanzati guidati dal mercato privato; un computer quantistico basato su tecnologie israeliane; un lavoro nazionale preparatorio verso un impianto di fabbricazione avanzato ad almeno 5 nanometri e un piano energetico dedicato, perché senza energia non ci sono né capacità di calcolo né modelli. La quota maggiore dei finanziamenti pubblici va dove il capitale da solo non potrebbe competere. Mentre la proprietà intellettuale resta agli imprenditori, a condizione che l’implementazione in Israele sia ampia. Non stiamo cercando di appropriarci dei risultati. Stiamo cercando di assicurarci che vengano realizzati qui e utilizzati qui».

