Intelligenza artificiale

L’algoritmo del potere e il rischio di un’Europa troppo piccola

Dai chip ai data center, il nodo dell’IA rischia di allargare le distanze fra Europa e Big Tech e cambia il lavoro

di Andrea Biondi

L'algoritmo del potere: dinamiche di mercato nell’era della tecnologia
Nella foto:  Carlo Cambini, Giacomo Ponzetto, Rocco Cerone, Alessandra Bonfiglioli, Federico Boffa

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L’intelligenza artificiale non è soltanto ChatGpt. È una catena industriale fatta di chip, cloud, dati, energia e potere economico. Ed è una gigantesca questione politica. Al Festival dell’Economia di Trento, nel panel “L’algoritmo del potere: dinamiche di mercato nell’era della tecnologia”, organizzato con la Società italiana di Economia, il confronto fra studiosi ed economisti prova a spostare il dibattito fuori dall’entusiasmo per l’innovazione.

Federico Boffa, della Libera Università di Bolzano, in apertura indica la direzione: servono cittadini più informati e politiche pubbliche più consapevoli. Dietro l’apparente semplicità dell’IA, del resto, si nasconde un ecosistema dominato da pochi colossi. Carlo Cambini, del Politecnico di Torino, lo descrive come una filiera a strati: chip, cloud e modelli linguistici. «Il 90% dei chip è prodotto da Nvidia», ricorda. Poi arrivano Google, Microsoft e Amazon, che controllano il cloud globale. Sopra ancora ci sono ChatGpt, Gemini e gli altri sistemi generativi. Più si sale, più cresce la concorrenza. Ma il controllo resta concentrato.

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Le Big Tech usano l’intelligenza artificiale per rafforzare la loro presenza ovunque: motori di ricerca, social network, piattaforme, pubblicità. Cambini cita Google AI Overview e Meta AI integrata in WhatsApp come esempi di una «integrazione verticale» che amplia il dominio dei grandi gruppi.

Per Alessandra Bonfiglioli, dell’Università di Bergamo, la vera sfida riguarda la capacità dei Paesi di stare dentro questa trasformazione. Servono laureati Stem, infrastrutture digitali, fibra e data center. Ma serve soprattutto dimensione. «Se sono piccolo e ho un mercato piccolo, non mi vale molto la pena adottare l’intelligenza artificiale», osserva.

Giacomo Ponzetto, del Crei e dell’Università Pompeu Fabra, mette l’accento sul tema regolazione: «Gli Stati Uniti, pionieri nella regolamentazione della concorrenza, sono poi rimasti intenzionalmente indietro rispetto all’Europa negli ultimi decenni. E se da noi continuiamo a occuparci della regolamentazione, ci sono cinque imprese, tutte in California, che fanno profitti straordinari».

Nel frattempo l’IA sta cambiando anche il lavoro. Bonfiglioli segnala il calo delle assunzioni “entry level” e un’organizzazione aziendale che rischia di trasformarsi «da piramide a obelisco». Pochi giovani all’ingresso, meno passaggi intermedi, e concentrazione di competenze e decisioni ai vertici. L’algoritmo promette efficienza. Ma su timing e prezzi cui far fronte ci si trova dinanzi a un work in progress. Con il paradosso di discussioni che potrebbero anche apparire pretestuose: «Si parla del consumo d’acqua dei data center – dice Ponzetto – ma se solo pensassimo al consumo generato dai mandorleti in California capiremmo che la questione va affrontata con maggiore consapevolezza».

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