Agroindustria

TuttoFood, l’alimentare made in Italy resta forte nonostante crisi di Hormuz e dazi

Al via l’evento dedicato al food&beverage tricolare a Milano. Mascarino (Federalimentare): «Nel 2025 fatturato aumentato del 3,6% grazie a produzione (+1,6%) ed export (+4,2%). Il 2026 è partito bene, ora grandi aspettative dagli accordi internazionali con Mercosur e India»

di Giorgio dell’Orefice

 (AdobeStock)

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Le sfide e le minacce ci sono tutte, dai dazi Usa alle tensioni in Medio Oriente che stanno appesantendo i costi per le imprese. Ma sul tavolo ci sono anche nuove opportunità oltre alla comprovata resilienza e capacità di risposta dell’industria alimentare italiana. Ne è convinto il presidente di Federalimentare, Paolo Mascarino che, in occasione di TuttoFood in Fiera a Milano riassume lo scenario competitivo del settore. Uno scenario che, nonostante le difficoltà, ha già registrato una importante capacità di reazione da parte del settore che ha chiuso il 2025 in positivo, e così è ripartito nel 2026.

Imprese resilienti

«L’industria alimentare nazionale – spiega Mascarino – sta dimostrando una notevole resilienza e una grande capacità di rispondere alle forti turbolenze geopolitiche. Nel 2025, il settore ha raggiunto un fatturato di 204 miliardi di euro, in crescita del +3,6% sull’anno precedente, sostenuto da un buon trend della produzione industriale (+1,6%) e da un export dinamico (+4,2%). Il 2026 presenta dei dati incoraggianti anche se lo scenario internazionale col corredo di inflazione e pressione sui costi contribuiscono a creare un clima di incertezza. I dazi americani prima, e oggi le tensioni sullo Stretto di Hormuz, con le sue ricadute su energia, imballaggi, packaging e approvvigionamento di alcune materie prime strategiche, (fertilizzanti e alluminio in primis) non aiutano. L’industria alimentare si impegnerà, come ha sempre fatto, a contenere gli aumenti dei prodotti, riducendo i margini, cercando l’equilibrio tra il mantenimento della domanda e la salvaguardia delle imprese».

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In particolare, le nuove minacce del caro gasolio e le ristrettezze sui fertilizzanti rischiano di provocare una nuova fiammata dei costi che finiranno per condizionare l’intera filiera a partire dalla produzione delle materie prime agricole.

Alto rischio inflazione

«La filiera – aggiunge il presidente di Federalimentare – è stretta da nuove spinte inflattive. Come ha ricordato recentemente il presidente di Confindustria Emanuele Orsini un conflitto prolungato nel Golfo rischia di portare il Paese a crescita zero e a rischio stagflazione (recessione più inflazione, ndr). In questo scenario, l’Italia non può essere lasciata sola. Il conflitto in Medio Oriente coinvolge tutta l’Europa ed è in Europa che devono essere adottate iniziative straordinarie per eventi straordinari. La revisione degli Ets così come la proposta del Governo di estendere anche al caro-energia le deroghe al Patto di stabilità, attivando a definire clausole di salvaguardia, sono due soluzioni che darebbero fiato alle industrie. Soprattutto a quella alimentare che, lo ricordo, è tra le prime manifatture italiane e ai vertici anche dell’industria europea».

Potenzialità di espansione

Tuttavia, non mancano i segnali positivi. Ci sono grandi aspettative nell’universo produttivo per i nuovi accordi commerciali stretti da Bruxelles con i paesi dell’America Latina del Mercosur e con India. Tra i due quello nel medio periodo ci si attende riflessi positivi soprattutto dal Sudamerica dove la produzione alimentare made in Italy può contare sul volano della forte presenza di cittadini di origine italiana.

Secondo un’elaborazione Sace, nel 2025 l’export agroalimentare ha raggiunto 72,5 miliardi, di cui 62,5 per alimentari, bevande e tabacco e 10 miliardi per prodotti agricoli (+9,4%). La crescita è stata trainata da comparti come formaggi e latticini (+13,7%), carni (+10,4%) e prodotti da forno e farinacei (+3%). Le vendite di frutta e ortaggi sono rimaste stabili, mentre sono diminuite quelle di bevande (-2,5%) – in particolare il vino (-3,7% a 7,8 miliardi) – e oli e grassi (-8,6% su cui ha pesato la decisa flessione dell’olio di oliva). Le esportazioni sono concentrate per il 59% verso l’Unione europea, non mancano quindi le opportunità di ulteriore sviluppo.

Nuovi scenari strategici

«L’export – ribadisce Mascarino – rimane il motore trainante della nostra industria: negli ultimi dieci anni la sua crescita è stata del 104%, una performance doppia rispetto a quella della manifattura complessiva. I dazi Usa hanno rallentato negli ultimi mesi la domanda sul mercato di oltre Atlantico. Mentre il conflitto in Medio Oriente sta innescando un’involuzione congiunturale generalizzata sui mercati che può far calare la domanda. In ogni caso, la strategia di diversificazione degli sbocchi ci rende fiduciosi. La firma degli accordi commerciali dell’Ue con India e Mercosur ha accelerato il processo di diversificazione delle politiche commerciali Ue: si aprono nuovi scenari strategici per le nostre eccellenze, dai vini ai prodotti trasformati, in mercati dalle potenzialità immense. Tuttavia, per competere, è fondamentale colmare il gap energetico che ci penalizza rispetto ai concorrenti europei».

Le altre sfide aperte

Le sfide non sono soltanto sul fronte internazionale. In Europa non mancano le minacce dovute a un assetto mai definito sul tema delle informazioni nutrizionali al consumatore. E così l’alimentare made in Italy dopo aver sventato l’offensiva dell’etichetta “a semaforo” Nutriscore, ora registra quella delle app che ripropongono lo stesso schema fuorviante.

«Parto da una premessa – spiega ancora Mascarino – l’informazione al consumatore deve essere onesta, veritiera e definita su solide basi scientifiche, in particolare per il settore alimentare. Le etichette semaforiche o le app che giudicano un alimento in base ad algoritmi nutrizionali meta-scientifici fuorvianti e indicazioni assolutistiche non informano ma condizionano le scelte dei consumatori. La salute alimentare è una cosa seria e non può essere declinata da app che penalizzano i singoli alimenti e non tengono conto della dieta complessiva. Non esistono cibi sani o non sani, ma regimi alimentari equilibrati o squilibrati. Per questo contrastiamo algoritmi semplificatori che pretendono di giudicare i singoli prodotti, ignorando le quantità consumate e l’importanza di uno stile di vita attivo».

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