L’alta moda si apre all’insegna della sperimentazione
Da Dior Jonathan Anderson sfalda e ricostruisce. Schiaparelli fra teatralità e rigore
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I giorni della haute couture parigina si sono aperti all’insegna di un certo sdilinquito sperimentalismo: materiali incongrui, non necessariamente preziosi; forme bulbose, astruse, ruscellanti, non finite, deliberatamente non donanti; l’aspirazione evidente a trasformare ogni capo in un oggetto, se non artistico, di certo da collezione.
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Una possibile spiegazione di questo spostamento dall’alta moda come suggello di status sociale e appartenenza conclamata alle classi egemoni alla couture come esibizione di uno status estetico culturale di estrema nicchia - sempre di marcatore sociale si tratta, ma in questo secondo caso anche imbruttirsi è segno di potere - va forse trovata nello slittamento generale dell’offerta.
Con il prêt-à-porter a prezzi stellari e i capi sovente disponibili in versione semi-couture, la couture vera, quella lavorata in atelier, può finalmente e a buon diritto diventare il terreno di un gioco esarcerbato in cui i ricchissimi si lasciano tentare da visioni impossibili, astruse, e ne godono come una ricompensa alla ricerca generale di assoluto individualismo.
Da Dior, Jonathan Anderson collabora ancora una volta con una artista: dopo i vasi di Magdalene Odundo, fermi e scultorei, è la volta dei nodi di Lynda Benglis, gestuali e precari, resi ancor più labili dai plissé realizzati a mano e destinati quindi, come ogni cosa, a svanire - malinconia dell’esistere.
È un passo avanti nella riconciliazione tra abito come entità astratta e corpo come entità viva e in movimento, ma il percorso di Anderson all’interno della augusta maison continua ad essere segnato da un caos freddo che non sembra davvero risolversi in nessuna direzione, e che soprattutto mortifica la silhouette muliebre invece di celebrarla, aspetto che da Dior è nodale.






