Arti visive

L’arte invoca all’azione nelle fotografie di Nick Brandt

In anteprima mondiale a Torino il fotografo britannico presenta l’ultimo inedito capitolo della serie The Day May Break sul collasso ambientale. Ora protagonisti, i rifugiati in Giordania.

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Resta la connessione gli uni con gli altri l’unica forza cui aggrapparsi quando tutto sembra perduto. Resiste la piramide di corpi di Ftaim e la sua famiglia. In piedistalli di cartone sfida la verticalità del cielo per essere ascoltata e divenire visibile al mondo. La stessa forma svettante dei monti, il minimalismo monocromo a legare sagome e sfondo. Che siano animali selvatici il cui habitat è distrutto, oppure figure umane ai margini della Terra, i soggetti degli scatti di Nick Brandt mostrano sempre un portato di tragicità di rara compostezza formale. Sono l’elegia di un mondo in via di estinzione. Un ritratto di resilienza come antidoto all’inazione.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Soggetti d’arte come le illustrazioni bibliche incise da Gustave Doré. Dalle zebre agli elefanti, dalle donne siriane coi figli in grembo fino al corpo esile della piccola Laila che si staglia sul fondale del deserto giordano. Così è in quest’ultimo capitolo della serie The Day May Break. Il quarto, un lavoro inedito – il suo primo a ricevere in parte un finanziamento (da Intesa San Paolo) - realizzato nel corso del 2024 ed esposto in anteprima a Torino, in una mostra a cura di Arianna Rinaldo con 67 fotografie di grande formato e una sezione di backstage.

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Un progetto - iniziato a fine 2020 e sviluppato tra Kenya, Zimbabwe, Bolivia, Fiji e Giordania – che ha per fulcro “l’ecocidio”. Così lo nomina il fotografo - “letteralmente, l’assassinio della nostra casa, il pianeta Terra” - richiamandone la definizione a dizionario, come distruzione mediante azione umana deliberata o negligente, e l’etimologia, dal greco oikos, casa, e dal latino caedere, abbattere. A Torino ora, per la prima volta, tutti i capitoli sono riuniti. Chapter One, in Kenya e Zimbabwe nel 2021: nel medesimo fotogramma la dignità condivisa e il comune senso di perdita di animali, salvati dal bracconaggio e dalla distruzione dell’habitat, e persone sfollate da cicloni e siccità prolungate. Chapter Two, in Bolivia nel 2022, il medesimo destino in un altro continente: ancora scene sospese dalla nebbia (creata sul luogo con macchine del fumo atossiche) come simbolo di un mondo naturale che rapidamente scompare alla vista. SINK/RISE - Chapter Three, nel 2023 alle Fiji, la bellezza dell’ambiente marino e la tensione di perdita imminente: l’unica tappa resa a colori e la più irreale, persone fotografate sott’acqua (grazie a pesi nascosti), membri di comunità costiere che rischiano di essere sommerse dall’innalzamento del livello dei mari. Infine The Echo of Our Voices - Chapter Four, in Giordania nel 2024, con famiglie siriane dai campi profughi alla desolazione del deserto.

Sessantadue anni, un metà dedicata alla fotografia di un Pianeta che stiamo distruggendo - sue le serie Inherit the Dust (2016) e This Empty World (2019), e ora il nuovo lavoro al campo profughi keniota di Dadaab - l’arte di Nick Brandt da sempre sprona il pubblico a “milioni di piccole azioni”. Nel 1995, il “click” che ha dato il via a tutto: le riprese del video musicale di Michael Jackson. Earth Song, titolo di per sé emblematico, che nel testo già elencava tutte le questioni fondanti cui si sarebbe dedicato: la deriva dell’uomo e l’incertezza del domani; le rive piangenti, i mari e le foreste bruciate; gli elefanti e i bambini che muoiono; i cieli che stanno cadendo e il respiro che manca; l’apatia e la fiducia. E una domanda, La domanda: “Questa Terra piangente. Cosa abbiamo fatto al mondo? Abbiamo ridotto i Regni in polvere. Ce ne frega niente?”.

Nick Brandt. The Day May Break. La luce alla fine del giorno. Torino, Gallerie d’Italia, fino al 6 settembre. A cura di Arianna Rinaldo. https://gallerieditalia.com

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