L’economia sociale può rigenerare il modello di sviluppo
Forte dell’8% delle imprese, l’economia sociale non è un’appendice correttiva ma genera valore e contrasta modelli estrattivi
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I punti chiave
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C’è una distinzione, proposta dal filosofo John Searle, che aiuta a cogliere la vera posta in gioco del primo Piano nazionale per l’economia sociale, reso pubblico con l’informativa del 2 luglio 2026. Searle separava le regole regolative, che normano ciò che già esiste, dalle regole costitutive, che fanno accadere qualcosa che prima non c’era: le prime disciplinano un gioco, le seconde lo creano. È questa l’ambizione del Piano che si affaccia nel nostro Paese: non un dispositivo per facilitare o promuovere, ma per rompere un’inerzia e far accadere cose nuove.
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Uno sviluppo che rigenera
Cosa c’è in ballo? Niente meno che il modello di sviluppo. Non lo sviluppo come mera crescita, come incremento degli scambi di beni e servizi, ma come quel meccanismo capace di togliere i “viluppi”, gli ostacoli che imprigionano la cooperazione e la condivisione del valore. Vale anche per lo sviluppo ciò che Edgar Morin ha insegnato a proposito della vita: tutto ciò che non si rigenera, degenera. Uno sviluppo che smette di rigenerare le proprie fonti, comunitarie, relazionali, ecologiche, non cresce: consuma se stesso. È qui che l’economia sociale gioca la sua parte più preziosa, come principio rigenerativo del modello di sviluppo, non come sua appendice correttiva.
Oltre l’8% delle imprese e 1,5 milioni di addetti
Per troppo tempo l’economia sociale, pur rappresentando oltre l’8% delle imprese e 1,5 milioni di addetti, è stata confinata in una sfera residuale e riparativa, chiamata al più a ridistribuire un valore prodotto altrove, o peggio a mettere la ciliegia sulla torta. La vera sfida è riconoscerla per ciò che è: un attore che la torta contribuisce a farla.
Ci si aspettava un decreto, è arrivata un’informativa. Non è la stessa cosa, ma la sua valenza resta rilevante, con un preciso valore segnaletico rispetto alla capacità dei soggetti dell’economia sociale di moltiplicare valore in valore sociale e ambientale, svolgendo una funzione pre-distributiva. Una funzione preziosa in un’epoca in cui la crescita si è disarcionata dalla prosperità. Lo raccontano i dati della Relazione Annuale 2025 della Banca d’Italia: mentre le attività finanziarie delle famiglie italiane sono cresciute del 7,4% nell’anno, la quota di ricchezza detenuta dai nuclei under 36 è scesa dal 16% al 6% in poco più di trent’anni. Fatti che, per essere corretti, chiedono non solo nuove soluzioni, ma soprattutto nuove istituzioni. Nuove regole del gioco.
Economia inclusiva che contrasta modelli estrattivi
Questo è il valore dell’economia sociale: non un perimetro da recitare, ma un perimetro capace di aprirsi e connettersi ai sistemi sociali, digitali, manifatturieri, urbani, sanitari, generando economie più inclusive. È l’epifania dell’economia inclusiva, quella che contrasta le modalità estrattive di creazione del valore, quelle che ingaggiano i territori solo per prosciugarli e delocalizzarne la ricchezza. Abbiamo bisogno, al contrario, di trattenere il valore nei territori e di tenere insieme il valore con i valori: quei legami, quei meccanismi di reciprocità che una visione tutta concentrata sull’efficienza ha lasciato inaridire. È un’economia nutrita dal dono, dal mutualismo, dalla produzione sociale, dalle relazioni: voci che per decenni abbiamo derubricato a margine del bilancio vero, e che oggi tornano a essere riconosciute per ciò che sono, meccanismi generativi di valore. Non il residuo dell’economia, ma la sua sorgente più feconda.

