L’età del corpo è reversibile? L’invecchiamento si può rallentare?
Ridare identità alle cellule, recuperare la loro capacità di adattamento perché tornino a ripararsi da sole. Questa è la sfida, secondo il super esperto Juan Carlos Izpisua Belmonte, protagonista all’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
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I punti chiave
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E se l’invecchiamento non fosse un destino, ma un processo almeno in parte riscrivibile? La domanda, che fino a pochi anni fa sembrava confinata alla fantascienza, oggi è al centro delle ricerche più avanzate sulla biologia umana. Lo scienziato spagnolo Juan Carlos Izpisua Belmonte, già professore al Salk Institute, tra i massimi esperti mondiali di medicina rigenerativa e founding scientist di Altos Labs (società di ricerca biotecnologica internazionale, finanziata anche da Jeff Bezos), lavora proprio su questo confine: riportare le cellule adulte a uno stato più giovane, recuperando quella loro capacità di adattamento e riparazione tipica delle prime fasi della vita.
Cambiare prospettiva
Il suo contributo ha cambiato prospettiva: l’invecchiamento non è solo accumulo di danni, ma anche perdita di identità cellulare. Una volta che tale riserva si riduce, sollecitazioni anche minime possono causare danni duraturi, disfunzioni o malattie. La buona notizia è che alcuni di questi cambiamenti potrebbero non essere del tutto irreversibili. Dentro un quadro scientifico del genere si colloca una delle linee di ricerca più discusse e promettenti degli ultimi anni: la riprogrammazione cellulare parziale, basata sui fattori di Yamanaka (un gruppo di quattro proteine capaci di “riprogrammare” una cellula adulta, riportandola a uno stato simile a quello delle cellule staminali embrionali). L’idea di fondo è che le cellule adulte possano recuperare parte della loro plasticità e funzionalità, senza però perdere completamente la loro specializzazione. È proprio su questo equilibrio, delicato e ancora in fase di studio, che si concentra gran parte della ricerca attuale.
Per comprendere quanto questa prospettiva possa tradursi in applicazioni cliniche reali, la domanda a Izpisua Belmonte riguarda il principale ostacolo nel passaggio dalla sperimentazione di laboratorio alla medicina umana. «La sfida è trovare un equilibrio: migliorare la funzionalità delle cellule senza che perdano la loro identità, perché una cellula cardiaca deve rimanere tale e un neurone deve continuare a svolgere il suo ruolo; quello che abbiamo capito è che la perdita di stabilità e identità cellulare può portare le cellule verso stati infiammatori o disfunzionali, un fenomeno che chiamiamo deriva mesenchimale. Per questo, il punto critico non è soltanto ringiovanire, ma farlo mantenendo l’equilibrio biologico del sistema».
Guidare le cellule
Il tema dell’equilibrio ritorna anche quando si passa a discutere delle strategie di intervento. Non si tratta infatti di resettare le cellule, ma di guidarle con precisione verso uno stato più funzionale. «Ogni strategia di riprogrammazione deve essere controllata, perché l’obiettivo non è modificare l’identità cellulare, ma recuperare parte della sua funzionalità senza alterarne la specializzazione». Il discorso si sposta poi verso le possibili applicazioni future di queste ricerche, in particolare sul confine tra terapia e prevenzione. È un passaggio importante, perché implica un cambio di paradigma nella medicina dell’invecchiamento, che non si limita più a intervenire quando il problema è già presente, ma prova a ragionare in termini di resilienza biologica. In questa prospettiva, lo scienziato invita però a una lettura graduale e realistica dei tempi della ricerca. Le applicazioni più immediate non riguardano ancora la prevenzione in senso ampio, ma il trattamento delle patologie già in atto, soprattutto quelle che condividono meccanismi biologici comuni. «Il primo impatto concreto sarà sulle malattie, soprattutto quelle neurodegenerative, cardiovascolari e fibrotiche, perché con l’età i tessuti perdono quella che chiamiamo capacità tampone, cioè la capacità di rispondere allo stress e recuperare equilibrio, e quando questa skill diminuisce aumenta la vulnerabilità alle patologie; se riuscissimo a preservarla o ripristinarla, allora si potrebbe immaginare anche un ruolo preventivo, ma oggi l’attenzione principale resta sulle condizioni già in atto».
Necessarie verifiche rigorose
Intanto lo scienziato ricorda qual è lo stato attuale della ricerca e cosa rende, oggi, questo campo particolarmente promettente: «Molte malattie condividono meccanismi di base simili, come perdita di stabilità cellulare, infiammazione cronica, ridotta capacità di riparazione e sviluppo di fibrosi, e questo ci suggerisce che intervenendo su questi processi fondamentali potremmo avere effetti trasversali su più patologie, non solo sull’invecchiamento in senso stretto».








