Wine Pills

L’etichetta può dire tanto di un vino, ma bisogna saperla leggere: ecco come

Estetica e design a parte, sulle etichette ci sono molte informazioni, forse troppe. Ma quali servono davvero a chi di vino sa poco o niente?

di Cristiana Lauro

Conosci il vino? Breve guida su come leggere bene un’etichetta

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La carta d’identità del vino è la sua etichetta. Eppure, davanti allo scaffale, molti continuano a scegliere la bottiglia come si sceglie un profilo su Tinder: “questa mi ispira”. Del resto, le etichette sono progettate anche per questo: attirare lo sguardo, sedurre, distinguersi. E bisogna ammettere che alcune riescono nell’impresa meglio di certi esseri umani.

Il problema è che, dietro la grafica elegante, i caratteri gotici o il cinghiale stilizzato che promette autenticità contadina, si nasconde una quantità di informazioni che il consumatore spesso ignora o interpreta male. Alcune sono obbligatorie per legge, altre davvero utili.

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Le informazioni obbligatorie in etichetta sono:

- il nome del vino (può essere di fantasia oppure indicare la zona di produzione: Barolo, Chianti, Brunello di Montalcino ecc.)

- la denominazione (Doc, Docg, Igt, Dop, Igp o semplicemente “vino”)

- la categoria del prodotto (vino, vino spumante, vino liquoroso e così via)

- il nome dell’azienda produttrice o dell’imbottigliatore

- l’annata, quando prevista

- il titolo alcolometrico effettivo, cioè i gradi alcolici

- il volume della bottiglia

- il lotto di produzione, utile per la tracciabilità

- la dicitura “contiene solfiti”

- la provenienza del vino.

Molte informazioni, forse troppe. Ma quali servono davvero a chi di vino sa poco o niente?

L’annata, per esempio, conta eccome. Le condizioni climatiche incidono profondamente sulla qualità del vino e ne determinano stile, equilibrio e capacità di evoluzione. Un’estate torrida, una vendemmia piovosa o un’annata particolarmente fresca cambiano parecchio il risultato finale. Però sgombriamo il campo da un equivoco duro a morire: un vino vecchio non è automaticamente buono. Alcuni vini migliorano con il tempo, altri dopo qualche anno iniziano semplicemente a somigliare a un reperto archeologico liquido.

Nel caso degli spumanti è utile controllare anche la data di sboccatura, quando presente. Aiuta a capire da quanto tempo il vino è stato separato dai lieviti e quindi quanto possa risultare fresco oppure evoluto nel bicchiere. Se ci apprestiamo a bere un “non millesimato”, bene che il dégorgement sia abbastanza recente, diciamo meglio entro i tre anni, per un millesimato possiamo spingerci ben oltre, sempre a condizione di avere una buona cantina.

La denominazione è importante, ma senza trasformarla in una religione. Certo, Doc e Docg garantiscono il rispetto di un disciplinare e raccontano un territorio. Possono anche dare indicazioni sui vitigni utilizzati. Ma questo non significa automaticamente che siano migliori di tutto il resto. Anzi, alcuni Igt continuano a regalare soddisfazioni ben superiori a certe Docg un po’ sopravvalutate e molto ben piazzate sul mercato.

Anche il nome del produttore merita attenzione. Un’azienda seria ha una reputazione da difendere e questo rappresenta spesso una garanzia più concreta di tante fascette dorate. Sempre mantenendo un minimo di spirito critico, perché nel vino — come nella vita — il marketing ogni tanto ci precede. E noi gli andiamo pure incontro.

La dicitura “imbottigliato all’origine”, pur non obbligatoria in etichetta, aiuta a distinguere i vini prodotti e imbottigliati direttamente dall’azienda vitivinicola da quelli imbottigliati da terzi. Informazione utile, certo, ma come sempre nel vino nessuna dicitura, da sola, fa miracoli.

La gradazione alcolica è un altro dato meno banale di quanto sembri. Non indica solo la “forza” del vino ma anche, spesso, struttura e concentrazione. E soprattutto aiuta a evitare il classico momento di smarrimento del giorno dopo, quando sarebbe utile capire se il problema fosse il vino o l’intero impianto della propria esistenza.

Quanto ai solfiti, demonizzati da anni come se fossero materiale radioattivo, conviene fare chiarezza. Sono conservanti presenti in moltissimi alimenti: frutta secca, patatine confezionate, succhi di frutta e via dicendo. È vero, possono creare problemi a chi soffre di specifiche intolleranze, ma il vino contiene già naturalmente alcol, che è di per sé un conservante. Tradotto: in parecchi alimenti industriali i solfiti sono presenti in quantità superiori rispetto a molte bottiglie di vino.

Infine, l’etichetta può riportare diciture come “biologico” o “biodinamico”. Nel primo caso si tratta di certificazioni regolamentate da norme europee; nel secondo, di protocolli legati a enti privati. Informazioni utili, certamente, ma che non costituiscono una garanzia assoluta di qualità. E d’altra parte la bottiglia perfetta, purtroppo, non è ancora stata inventata. O forse sì, ma è già finita.

Il resto, dopo un minimo di informazione, lasciatelo pure al vostro gusto personale. E anche al portafoglio, che spesso resta il critico enologico più severo di tutti.

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