Opinioni

L’Europa tra demolizione del vecchio ordine e costruzione del futuro

di Josef Nierling

JOSEF NIERLING AD PORSCHE CONSULTING IMAGOECONOMICA

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Trump si è guadagnato la fama di “picconatore globale”, stravolgendo alleanze, regole, catene del valore, energia, tecnologia. Ma il vero problema non è il piccone di Trump. La domanda è: “chi sta già costruendo?” Perché, mentre si demolisce il vecchio ordine, qualcuno sta già posando le fondamenta del nuovo. La Cina lo fa. Gli Stati Uniti lo fanno. l’Europa sta costruendo, o sta ancora guardando la demolizione?

L’Europa ha già compiuto enormi passi: l’area Schengen, l’euro, e il NextGenEU. Ma ha ancora un mercato unico incompiuto, sistemi energetici insufficientemente connessi, intere parti dell’economia appesantiti dalla regolazione. Secondo la BCE, portare tutti al livello di integrazione dei migliori porterebbe una crescita del benessere del 3%, equivalente al 2-2,5% di PIL, circa 10 volte maggiore degli effetti degli accordi internazionali che stiamo negoziando.

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Inoltre, circa metà della crescita della produttività nel prossimo decennio deriverà dall’AI. C’è una caratteristica dell’AI che la rende diversa dall’elettricità o da internet: l’AI si arricchisce dai dati a cui accede. Ogni ciclo di implementazione genera le capacità che rendono il ciclo successivo più potente. Chi dispone per primo di questo vantaggio avanza permanentemente. La buona notizia è che questa produttività non si è ancora significativamente manifestata. Gli Stati Uniti stanno oggi beneficiando degli effetti dell’enorme capitalizzazione e degli investimenti nella costruzione di data center, che genera impatti occupazionali positivi. La produttività arriverà dopo, quando l’AI si applicherà direttamente nei prodotti fisici, nei processi core delle imprese. Siamo ancora in tempo.

In fabbrica il salto di performance non arriverà da modelli generalisti in via di sviluppo, ma con l’uso massivo su dati industriali specifici: dati di linea, parametri macchina, protocolli di qualità, know-how degli ingegneri, tradotti in sistemi AI proprietari.

I prodotti del manufacturing europeo, Germania e Italia in primis, sono oggi minacciati da prodotti orientali che hanno un ottimo rapporto qualità/prezzo, anche perché sono realizzati in fabbriche di nuovissima generazione. Ma il futuro dei prodotti europei dipenderà dalla velocità nel farli diventare sempre più intelligenti e quindi autonomi. Vale per le macchine di packaging dell’Emilia, i climatizzatori del Veneto e le automobili del Piemonte.

Le imprese nel breve devono ripensare la propria presenza internazionale. Sapere quali componenti e fornitori sono critici, dove esistono rischi geopolitici, dove serve ridondanza, dove serve localizzazione, anche per motivi di accesso tecnologico come in Cina. Ma nel lungo guardare ai nuovi mercati. L’accordo con il Mercosur, il potenziale dell’India (un miliardo e mezzo di persone con una classe media in espansione) il Canada, l’Africa con la sua demografia giovane, il Sud-Est asiatico: questi sembrano mercati residuali. Ma sono i mercati dove si giocherà la crescita dei prossimi vent’anni. Qui la visione pluriennale delle imprese europee, spesso familiari e quindi lungimiranti, è superiore a quella di chi ragiona per risultati trimestrali.

Quindi, tornando al piccone: Trump colpisce forte e ci saranno più tensioni commerciali, più pressione sulle catene del valore, più competizione per investimenti, tecnologia e talenti. Ma la vera domanda è: Vogliamo continuare a intonacare le crepe o vogliamo finalmente costruire nuove fondamenta?

*Amministratore Delegato Porsche Consulting

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