Scenari internazionali

L’India candidata a nuovo baricentro del mondo

Dal Golfo all’Imec, petrolio, diaspora e corridoi commerciali spostano l’asse verso Nuova Delhi. Sapelli legge l’ascesa indiana come una delle grandi traiettorie del nuovo ordine mondiale

di Nino Amadore

Capire il Medio Oriente guardandolo dall’India
Nella foto: Francesco Carluccio, Luca Greco, Giulio Sapelli

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Oggi è un gigante silenzioso, apparentemente silenzioso, ma l’India è destinata a diventare una potenza egemone. Certo non subito, ma tra cinquant’anni potrà essere così. Almeno secondo Giulio Sapelli, storico dell’economia, già ordinario all’Università di Milano, presidente della Fondazione Manlio e Maria Letizia Germozzi di Confartigianato. Uno studioso abituato a leggere i fatti economici nella lunga durata della storia.

È da questa profondità di sguardo che, nel panel “Capire il Medio Oriente guardandolo dall’India” al Festival dell’economia di Trento, Sapelli ha proposto una chiave netta: per capire il Medio Oriente occorre guardarlo anche da Nuova Delhi. Perché l’India non è più una periferia del mondo ma una delle sue prossime centralità. Con lui c’erano Luca Greco, direttore del Giornale d’Italia, e Francesco Carluccio, studente di Economia all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

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Carluccio, nato nel 2005, era già stato relatore al Festival di Trento 2025 nel panel “Il ritorno dei non allineati, a partire dall’India”, dopo essere stato selezionato tra i vincitori di “Le Voci del Domani”. Quest’anno è tornato sullo stesso asse tematico, spostando lo sguardo sul Medio Oriente.

A introdurre il tema è stato Greco, partendo dai numeri. L’India è il primo Paese al mondo per popolazione: circa un miliardo e quattrocento milioni di abitanti, il 17% dell’umanità. Ha ancora un Pil pro capite lontano da quello occidentale, ma ha numeri, industria, classe media e ambizioni politiche la rendono inaggirabile. Greco l’ha definita «un gigante silenzioso, apparentemente silenzioso» e «una geografia importante da capire».

Sapelli ha raccolto il tema rifiutando una parola oggi abusata. «Io non userò mai il termine geopolitica», ha detto. Preferisce parlare di «relazioni internazionali»: potere, economia, rotte, Stati, classi dirigenti, politica interna che plasma la politica estera. Il mondo, per lui, è entrato in «una grande trasformazione del peso delle rilevanze economiche e geostrategiche». L’Asia torna al centro dopo la parentesi occidentale. «Siamo tornati a prima del Settecento».

In questa nuova geografia della potenza, l’India è l’alternativa democratica alla Cina: una democrazia aspra, diseguale, attraversata da religioni, caste, minoranze e partiti. Ma proprio questa complessità, secondo Sapelli, ne fa un soggetto storico diverso. «L’India è una grande democrazia di massa».

Il passaggio dall’India di Jawaharlal Nehru, padre dell’India indipendente e del non allineamento, a quella di Narendra Modi, leader del Bharatiya Janata Party e premier dal 2014, è per Sapelli una cesura. La prima guardava al Medio Oriente dentro la cornice postcoloniale e terzomondista; la seconda lo considera una piattaforma strategica fatta di energia, sicurezza, lavoro migrante, rotte commerciali e competizione con la Cina.

Qui il Medio Oriente smette di essere soltanto il teatro delle guerre. Visto da Nuova Delhi, diventa spazio vitale. Carluccio ha dato a questo intreccio una formula efficace: tra India e Paesi del Golfo esiste una relazione di «sostanziale ostaggio reciproco». L’India ha bisogno di petrolio e gas; il Golfo ha bisogno dell’India per vendere energia. «Nessuna delle due parti vuole ritrarsi».

Secondo Carluccio, l’India importa dal Medio Oriente circa il 60% del proprio greggio, ma compra dove conviene: «Va a comprare greggio, va a comprare gas dove le è più comodo, non si fa grandi problemi di legami di civiltà o di legami morali». La guerra in Ucraina ha reso questo pragmatismo più evidente: Nuova Delhi ha continuato ad acquistare greggio russo, lo ha raffinato e lo ha rimesso sui mercati. «L’India non ha giacimenti, ma ha raffinerie». La sua forza, però, è anche vulnerabilità: la domanda energetica è rigida. «Presenta una domanda nel breve completamente anelastica». Una crisi a Hormuz o tra Iran e Israele tocca direttamente il cuore produttivo indiano.

L’altro vincolo è umano. Quasi nove milioni di indiani vivono nei principali Paesi del Golfo: la “vecchia diaspora”, quella delle braccia più che dei cervelli. Le rimesse sono linfa per l’India, ma dietro c’è il sistema della kafala, che lega il lavoratore al datore e ne limita la libertà. «Il Golfo ha lavoro a basso costo, l’India ha le rimesse». Sapelli ha colto il nodo politico: «Lì chi controlla la migrazione sono gli Stati».

Infine l’IMEC, l’India-Middle East-Europe Economic Corridor: una rotta alternativa alla via della Seta cinese, dall’India al Golfo, poi a Israele e all’Europa, con Haifa come snodo mediterraneo. Carluccio frena: l’IMEC è «una buona iniziativa che difficilmente troverà risultato», perché il tratto tra Giordania, Israele e Haifa richiede capitali privati difficili da mobilitare.

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