L’ironia di un antieroe: a tu per tu con Matthew Macfadyen
Ha trasformato l’imbarazzo e la perfidia in una forma sofisticata di seduzione. Adesso intepreta un nuovo ruolo in The Miniature Wife e racconta la sua personale rivoluzione contro il cellulare.
di Jo Ellison. Foto di Christopher Anderson. Styling di Julian Ganio
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10' di lettura
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Matthew Macfadyen sembra un po’ impacciato quando lo incontro in uno studio nella zona ovest di Londra. L’attore, 51 anni, è seduto su un divano piuttosto basso e, con il suo metro e novanta d’altezza, assume una sorta di posizione del loto, mentre le sue ginocchia toccano quasi per terra. Con la sua massa di capelli, gli occhi azzurri intensi e l’aria vigile, sembra un guru, vestito però con un impeccabile tre pezzi di Anderson & Sheppard color cioccolato. Ha l’aria piuttosto smarrita anche nel corso della conversazione. Forse perché anch’io sono nervosa. Macfadyen è uno dei miei attori preferiti e ho la sensazione di svelargli con troppa enfasi la mia ammirazione eccessiva, riempiendo ogni silenzio con lunghe riflessioni sulla teoria e il significato dei suoi personaggi, mentre lui sorride educatamente e risponde a monosillabi. Per esempio: crede che il genere narrativo delle “cose che si rimpiccioliscono”, tema della serie The Miniature Wife – Un piccolo problema (da giugno su Sky e Now), sia una risposta al consumismo americano? Le sopracciglia gli scattano verso l’alto in un moto quasi allarmato, e risponde: «Probabilmente».
Chiedilo al Sole
Che Macfadyen sia timido nella vita reale non dovrebbe sorprendere: agli attori non è richiesto di assomigliare ai personaggi che interpretano. Eppure mi sorprende lo stesso, perché lo associo ai suoi dialoghi così sagaci, brillanti e profondi. Basti pensare al suo Mr. Darcy in Orgoglio e Pregiudizio di Joe Wright (2005), quando dichiara a Elizabeth Bennet: «Mi avete stregato anima e corpo. E io vi amo… vi amo… vi amo». Probabilmente il tentativo di sedurre più romantico di tutti i tempi. Oppure a Tom Wambsgans, il servile stratega machiavellico sposato con Shiv Roy nella serie HBO Succession, le cui frecciate velenose — «Allacciati le cinture, idiota» — piombano nelle conversazioni con la naturalezza di un punto esclamativo.
Macfadyen lavora senza sosta da trent’anni e ha interpretato una gamma infinita di ruoli: un detective dell’East End (Ripper Street), un assassino presidenziale (Death by Lightning), un aristocratico russo (Anna Karenina) e un manager senz’anima, alias Mr. Paradox nel film Marvel Deadpool & Wolverine. Ha anche prestato la sua voce vellutata agli audiolibri di Harry Potter, dando vita al malvagio Voldemort.
La sua specialità è una forma di perfidia intrisa di umorismo stralunato: nel corso delle quattro stagioni di Succession, tutti — o quantomeno io — facevano il tifo perché Wambsgans riuscisse a pugnalare alle spalle i detestabili Roy.
Ora è il protagonista di The Miniature Wife, commedia romantica fantascientifica in dieci episodi, dove interpreta un altro marito maldestro, questa volta accanto a Elizabeth Banks. La serie, tratta da un racconto di Manuel Gonzales, ruota attorno a Les e Lindy Littlejohn, una coppia intrappolata in un matrimonio ormai stagnante: lui lavora a un progetto scientifico segreto, lei è una scrittrice di best seller con il classico blocco dello scrittore. Le frustrazioni coniugali, già incandescenti, precipitano nella farsa nera quando un incidente tecnologico trasforma Lindy in una versione di sé alta quindici centimetri. La serie è eccentrica, quasi delirante nella sua premessa, ma il focus è il ritratto di un matrimonio diventato comicamente rancoroso. Banks e Macfadyen si scagliano battute con la stessa ferocia delle screwball comedy classiche: leggendo la sceneggiatura, l’attore ha pensato subito a La guerra dei Roses. «Era uno script fantastico, davvero divertente», dice con la sua voce da baritono profondo e inconfondibile. «Continuavo a pensare agli anni Novanta e a quella sorta di età dell’oro dei film folli, avventurosi, molto comici, ma anche dark e sarcastici, non così sdolcinati come spesso sono oggi». Come Succession, anche The Miniature Wife racconta il matrimonio come una lotta di potere e interroga ciò che accade quando uno dei partner si inasprisce di fronte al successo dell’altro. Les, il personaggio interpretato da Macfadyen, è il meno famoso nella coppia e anela disperatamente a una forma di legittimazione; a un certo punto urla: «Tu il tuo premio l’hai già avuto!». «Diventa molto, molto cupo. Quasi omicida», racconta Macfadyen, che sembra divertirsi enormemente nell’interpretare uomini odiosi e sgradevoli. «Più il comportamento è assurdo, più io lo riconosco come umano. Perché il comportamento umano è sempre esasperato. Non mi sembra affatto uno sforzo fare qualcosa di totalmente ridicolo». Forse Macfadyen è attratto dai matrimoni tossici proprio perché il suo è scandalosamente saldo. Ha conosciuto l’attrice Keeley Hawes sul set della serie BBC Spooks nel 2002. Lei era già sposata, divorziò rapidamente nel 2004, nello stesso anno i due si sposarono, e presto arrivarono due figli. Entrambi attori di successo, affrontano «arrangiandosi come possono», dice Macfadyen, le incombenze della vita domestica nella loro casa nel sud-ovest di Londra (cani compresi). A differenza dei Littlejohn, non ci sono guerre su chi stia vincendo nella coppia. «No», dice Macfadyen. «Siamo felici dei successi reciproci. È gloria riflessa, no?». Parlano molto di lavoro? «Solo qualche lieve lamentela velenosa», ride. Sanno riconoscere quando l’altro vacilla perché «Keeley sa esattamente quali siano le mie paure, e viceversa». Ma non leggono le sceneggiature l’uno dell’altra e non provano insieme le battute. A quel pensiero sembra quasi inorridito: «Così finiremmo subito per litigare».















