A tu per tu con Giovanni Barbara

«L’Italia deve ultimare la maturazione come Paese delle fabbriche»

Giovanni Barbara

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«Nelle imprese italiane stanno cadendo i residui storici del vecchio padronalismo. La competizione non passa solo più dall’innovazione di prodotto e di processo e dalla capacità di esportare, ma riguarda i processi aziendali e la corporate governance. L’identificazione fra gli interessi dell’imprenditore e dell’impresa, con la prevalenza del primo sulla seconda, è un tabù rotto. L’Italia è diventata il Paese delle fabbriche grazie alla forza degli imprenditori. Ma, se vuole rimanere ai vertici dell’industria internazionale ai tempi della nuova globalizzazione, deve ultimare questa maturazione».

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Giovanni Barbara – classe 1960, avvocato d’affari – conserva le caratteristiche della borghesia professionale del Sud, minoritaria e silenziosa, elitaria e popolare insieme: il culto ossessivo del lavoro, il rispetto severo delle forme e l’idea che, con lo studio matto e disperatissimo, i processi si possano sempre cambiare, nulla è immutabile, l’esatto contrario dello stereotipo di un Sud immobile e fermo nei secoli dei secoli. Siamo da Mimì a San Gregorio sul Mare, nel Salento più bello e luminoso, a pochi chilometri da Alessano, il piccolo centro dove ha vissuto per tempo immemore la famiglia Barbara.

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Il padre Andrea era direttore generale della Banca Tamborino, la banca privata dell’omonima famiglia di possidenti terrieri, e aveva un suo studio da avvocato. Il nonno Giovanni aveva avuto lo stesso ruolo. Al Sud il patriarcato era duro e decideva le vite degli altri: «Un giorno a casa di mio nonno, da bambino, guardai con troppa insistenza una bicicletta. Mio nonno mi fulminò dicendomi che non mi dovevo permettere di desiderare così tanto, e in maniera così esplicita, quella bici. Mio padre e mia madre Maria Pia ebbero sei figli, a distanza di un anno ciascuno. Io ero il primogenito. Seguirono cinque sorelle; Mariella, Rosanna, Matilde, Claudia e Monica. Mio padre stabilì che, data la nostra numerosità e i problemi logistici che ne sarebbero conseguiti, avremmo dovuto frequentare l’unica scuola di Alessano, un istituto tecnico commerciale. Niente liceo classico o scientifico. Mia madre, che insegnava latino e greco al liceo di Tricase a sei chilometri di distanza, dovette tacere, ma istituì in casa un regime particolare: sveglia alle sei, colazione con focaccia, torta e cappuccino e poi due ore di lezione di latino e di greco, prima di andare a scuola all’istituto tecnico. Tutti i giorni. Per un ragazzo non era né facile né piacevole».

Fa un caldo misurato. Come antipasto Mimì suggerisce una insalata di mare e ricci. Il rosé della cantina Conti Zecca scorre bene. La traiettoria di Barbara è destinata a svolgersi fra il Sud e New York, Milano e Roma. Nel 1985, la Puglia è ricca di banche private, casse di risparmio, popolari e credito cooperativo. Barbara apre due uffici di K-Legal a Lecce e a Bari, dove in tre anni operano 40 professionisti. Giovanni Semeraro, proprietario della banca del Salento, gli chiede: «Ma lei è sicuro di essere un avvocato? Perché il suo ufficio apre al pomeriggio alle due. Qui gli avvocati dopo pranzo riprendono le attività alle cinque». Barbara diventa partner di K-Legal nel 1990 e si muove ogni settimana da Bari e da Lecce a Milano e a Roma con la responsabilità delle banche italiane e delle consociate di Deutsche Bank, Citibank e Credit Suisse.

Come piatto di pasta, prendiamo i tubettini al sugo di cernia. Da bere, passiamo a uno chardonnay di Cantele. La prima parte degli anni 90 è segnata dalla riforma Amato-Ciampi e dal deciso impulso della Banca d’Italia a favore delle aggregazioni: «Le banche maggiori del Nord comprarono i piccoli istituti del Mezzogiorno. Il primo esito fu il flusso di risparmio dal Sud al Nord, dove la raccolta fatta a basso costo diventava un impiego a tassi redditizi nel sistema produttivo. Ne derivarono una razionalizzazione dell’infrastruttura bancaria e un impoverimento, o almeno una minore vivacità, del tessuto sociale ed economico del Mezzogiorno. In Puglia le banche, da 57, diventarono 22. Il secondo risvolto fu il fallimento delle classi dirigenti meridionali. La moral suasion della Banca d’Italia spingeva per fusioni fra piccole banche che portassero ad aggregati le cui leadership coincidessero con i luoghi dove si faceva la raccolta. Spesso, però, i potentati locali non trovavano l’accordo sulle poltrone e, quindi, l’esito era scontato: le banche del Nord compravano, trasferendo altrove i centri decisionali».

In quel passaggio Barbara viene chiamato a New York da Aaron Rubinstein, il numero uno di K-Legal, che gli affida due dossier strategici: la costruzione delle procedure per i qualified intermediaries sulle aree fiscali di sovrapposizione fra istituti americani e stranieri e le prime definizioni dei controlli e delle responsabilità dei manager in una America che sarà ferita dallo scandalo Enron e che produrrà il Sarbanes-Oxley Act. Le cose vanno bene. Ma Barbara – con la moglie Imma – decide, dopo un anno, di rientrare perché i figli Andrea, Riccardo e Maria Cristina possano avere una educazione italiana.

Tornato dagli Stati Uniti, Barbara è chiamato da Carlo Salvatori, amministratore delegato di Cariplo, a lavorare sulla integrazione che porterà ad Intesa. È sua l’idea della divisione fra i rami in bonis delle casse di risparmio meridionali, cioè le vecchie CariCal (attiva in Calabria e in Basilicata), CariSalerno e CariPuglia, e la loro concentrazione in Carime da un lato e l’assorbimento delle bad bank in Cariplo, con relativa neutralizzazione dello loro ingenti perdite tramite i meccanismi di compensazione fiscale.

Mimì porta in tavola il secondo. O, meglio, i secondi di pesce: pesce alla brace e frittura di paranza, con peperoni friggittielli amari e con peperoni al sugo, amari e dolci. Nel 2020 Barbara fonda Lex Acta, che oggi conta su un centinaio di persone, fra avvocati e commercialisti: dieci partner, dodici soci ordinari e poi associati e collaboratori. Lex Acta è uno studio istituzionale, nel senso che non esiste una struttura proprietaria riferibile a Barbara stesso che, come senior partner, è un primus inter pares. Nello stesso anno fonda la rivista «Corporate Governance», un luogo di dibattito fra giuristi e aziendalisti nel cui comitato scientifico si trovano, fra gli altri, Oreste Cagnasso, Paolo Montalenti e Maurizio Irrera. Dice Barbara senza alcun astrattismo professorale: «Esistono gli interessi dell’imprenditore. Esiste l’interesse dell’impresa. Ed esiste l’interesse della comunità e della società nel loro insieme. L’imprenditore, quando viene limitato nella sua naturale propensione a considerare l’azienda una propria estensione, diventa paradossalmente più forte. Una buona, e nuova, corporate governance dell’impresa è funzionale alla crescita. Pensiamo alla sostenibilità racchiusa nell’acronimo Esg. Quando non è una mera formula retorica da spendere nei convegni, la sostenibilità è il nuovo baricentro per la strategia dell’impresa e per una nuova antropologia di imprenditore». Non a caso, Barbara e il suo studio Lex Acta hanno una partnership con Intesa-Sanpaolo nei laboratori tenuti sull’Esg dalla banca per i propri clienti.

All’improvviso, cala la sera. Dal 2014 al 2018, Barbara ha operato allo Ior in consiglio di amministrazione e nel collegio dei revisori dei conti, su scelta diretta di papa Bergoglio, che ha provato – solo in piccola parte riuscendovi – a riordinare le procedure e i conti della Santa Sede, che sono storicamente fragili e pieni di permeabilità agli errori e alle tentazioni dei laici e dei prelati, nella verità dell’espressione “umano, troppo umano”. Barbara ha conosciuto la luce delle stanze le cui ampie finestre danno su Piazza San Pietro e il buio dei passaggi sotterranei. I suoi riferimenti sono stati Domenico Giani, allora capo della gendarmeria e dei servizi di sicurezza, il cardinale Pietro Parolin, segretario di stato, e Mariella Enoc, che lo ha chiamato a lavorare all’ospedale Bambin Gesù.

Nella generosità della cucina salentina, arrivano i dolci: uno spumone (un gelato di nocciole e cioccolato) affogato nel San Marzano e dei pasticciotti alla crema. Ogni minuto che passa il buio è reso più magico dal tramonto. Barbara ha fatto parte della commissione ristretta del Vaticano sugli abusi patrimoniali ed economici compiuti da alti prelati verso la banca del Vaticano, uno dei cuori neri della complessità e della fragilità della chiesa universale, spesso vittima e carnefice (di sé stessa) nella gestione delle ricchezze materiali e dei soldi. Insieme alle autorità regolatorie, alle forze dell’ordine e ai servizi di mezzo mondo ha effettuato la mappatura e le indagini sulle compravendite immobiliari e sulle dismissioni non chiare realizzate a partire dagli anni Settanta. «Ormai si sa tutto. Chi ha fatto cosa. Dove è finito il denaro. Quanto, di questo denaro, non è più recuperabile. E quanto di questo denaro, invece, sarebbe, con la giusta volontà, recuperabile» dice – mentre il sole sta tramontando - con sibillina tranquillità Giovanni Barbara, figlio di Andrea e nipote di Giovanni, ragazzo del Sud, milanese di adozione, cittadino del Salento e del mondo.

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