Telecomunicazioni

L’Italia digitale entra nel post-Pnrr: dopo la fibra ora necessaria la crescita

Cresce la diffusione di fibra e 5G e la connettività in scuole e ospedali, ma la vera sfida è trasformare le infrastrutture in servizi e competenze

(Adobe Stock)

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Il conto alla rovescia è finito, ma il cantiere no. La missione digitale del Pnrr consegna all’Italia una fotografia fatta di chilometri di fibra, caselle spuntate, target avvicinati. E insieme ritardi, rimodulazioni, territori sacrificati, gare da rifare. Ma non può ancora archiviare la transizione digitale come una pratica chiusa. Il Pnrr lascia in eredità all’Italia una rete di infrastrutture ampliata ed evidentemente senza precedenti, ma anche una domanda ancora aperta: come trasformare miliardi investiti in fibra, 5G e servizi connessi in crescita economica, innovazione e competitività?

Uno studio dell’Istituto per la competitività (I-Com), visionato dal Sole 24 Ore, prova a fotografare il passaggio più delicato: quello dal Pnrr al dopo-Pnrr. Lo studio parte dalla Relazione sul Decennio digitale che assegna all’Italia luci e ombre. La copertura Fttp, la fibra fino alle abitazioni, ha raggiunto il 77,56%, superando la media europea del 74,13%. Il 5G copre oltre il 99% del territorio (anche se questo dato non comprende la distinzione, cruciale, fra standalone e non standalone e quindi di “vecchia generazione”). Cresce l’adozione di cloud, intelligenza artificiale e analisi dei dati da parte delle imprese.

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Ma la geografia delle disuguaglianze non è sparita. Nelle aree rurali la copertura Fttp si ferma al 44,48%. Persistono carenze nelle competenze digitali di base, il numero di specialisti Ict resta insufficiente e il divario di genere continua a pesare nei settori tecnologici.

Le risorse impiegate sono state imponenti. La strategia italiana per la banda ultralarga ha mobilitato 6,646 miliardi di euro: 3,863 miliardi per Italia a 1 Giga; 2,020 miliardi per Italia 5G; 261 milioni per Scuole connesse; 501,5 milioni per Sanità connessa e 60,5 milioni per il Piano Isole minori.

Alcuni risultati sono ormai consolidati. Il Piano Isole minori è stato completato nel dicembre 2024. Scuole connesse è praticamente arrivato al traguardo, con 27.344 scuole attivate al 30 aprile 2026. Sanità connessa si è concluso a maggio, portando collegamenti fino a 10 Gbps in 12.279 strutture del servizio sanitario pubblico.

Più accidentato il percorso di Italia a 1 Giga e Italia 5G. Il primo piano era stato pensato per garantire connessioni da almeno 1 Gbps in download e 200 Mbps in upload nelle aree grigie (a parziale fallimento di mercato) e nere (con il massimo di competizione) ancora scoperte. La gara aveva diviso il Paese tra Tim-Fibercop, assegnataria di sette lotti e Open Fiber, che si era aggiudicata otto lotti.

Ma la complessità operativa ha imposto una revisione del percorso. Una parte degli obiettivi è stata riallineata al 2030 e, per i civici rimasti fuori, è stato creato il Fondo nazionale per la connettività, con 402.896 civici obbligatori e fino a 368.186 facoltativi. Alla gara si è presentata soltanto Fibercop.

Anche Italia 5G ha dovuto fare i conti con ostacoli burocratici e amministrativi. Il primo bando per il collegamento in fibra dei siti radiomobili era andato deserto. È stato necessario ridurre lo stanziamento da 974 a 567 milioni di euro e dimezzare le aree da coprire, passate da 2.403 a 1.201. Alla fine Inwit, insieme a Tim e Vodafone, si è aggiudicata tutti i lotti.

«L’Italia sta continuando con successo il proprio processo di infrastrutturazione e i dati della Relazione sullo stato del decennio digitale lo attestano. Certamente la strada è ancora lunga perché la copertura 5G standalone è ancora insufficiente e la posa della fibra, seppur ad un buon livello di avanzamento, necessita di un boost finale», commenta la vicepresidente I-Com Silvia Compagnucci secondo cui «il vero nodo è tuttavia il take-up delle reti e lo sviluppo di quelle competenze necessarie a massimizzare i benefici che esse garantiscono e ad assicurare una leva competitiva indispensabile per il sistema Paese».

Nel post Pnrr, ora, «sarà necessario consolidare un passaggio industriale che metta al centro capacità, qualità e resilienza delle infrastrutture, superando la logica della sola copertura geografica», avverte Laura Di Raimondo, direttore generale di Asstel. La sfida è far vivere le reti. «Serve investire nello sviluppo e nella diffusione dei servizi digitali e, quindi, dell’innovazione. Questo significa favorire la diffusione del 5G avanzato, delle reti gigabit ad alte prestazioni, del cloud, dell’intelligenza artificiale e delle soluzioni di cybersicurezza, realizzando la piena trasformazione digitale delle imprese e della Pa».

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Gli operatori hanno già investito in media oltre sette miliardi all’anno negli ultimi quattro anni. Ma il sistema continua a soffrire una cronica mancanza di competenze. Nel mercato del lavoro esiste un professionista Ict disponibile ogni due posizioni aperte, mentre in meno di due anni sono stati pubblicati oltre 222mila annunci nel settore. E resta aperta la questione energetica: il costo all’ingrosso dell’elettricità in Italia ha raggiunto 119 euro per megawattora, fino a 80 euro in più rispetto alla Francia.

Il Pnrr ha alzato il pavimento digitale del Paese. Ma non basta solo una rete per fare una trasformazione. Servono domanda, servizi, competenze Stem, formazione continua, regole stabili. È la vera prova del dopo fondi europei.

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