Festival dell’Economia

L’Italia non è un Paese per giovani, ecco come può diventarlo

Da Diana Bracco a Lavinia Biagiotti Cigna, fino a Marina Brambilla e Alessandro Molinari: al Festival dell’Economia il confronto su salari, fiducia, formazione e futuro delle nuove generazioni

di Angelica Migliorisi

L’Italia non è un Paese per giovani, come può diventarlo Nella foto: Angelica Migliorisi, Marina Brambilla, Alessandro Molinari, Lavinia Biagiotti Cigna.

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«Non basta immaginare un Paese per giovani, bisogna immaginare un ponte tra generazioni». Lavinia Biagiotti Cigna, presidente e amministratore delegato di Biagiotti Group, ha sintetizzato così uno dei nodi del panel di apertura della prima giornata del Festival dell’Economia di Trento dal titolo “L’Italia non è un Paese per giovani, come può diventarlo”. Un confronto che ha messo insieme impresa, università, welfare e formazione, con gli interventi, oltre che di Biagiotti Cigna, di Marina Brambilla, rettrice dell’Università degli Studi di Milano, Alessandro Molinari, amministratore delegato e direttore generale di Itas Mutua, e Diana Bracco, presidente e amministratore delegato del Gruppo Bracco.

Quest’ultima ha definito il rapporto tra Italia e nuove generazioni «una vera emergenza», legata alla denatalità, alla crisi demografica e alla difficoltà di far rientrare chi va all’estero. «Servono stipendi di ingresso competitivi, sostegni alla genitorialità, asili nido e congedi parentali», ha detto, indicando anche ricerca, start-up e spin-off universitari come terreni decisivi. Ha poi ricordato il progetto “Diventerò” di Fondazione Bracco, con «oltre 4 milioni di euro dal 2012» e più di «2.500 giovani» raggiunti.

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Biagiotti Cigna ha portato il tema sul terreno del Made in Italy. Ha ricordato di aver iniziato a lavorare a 17 anni, accanto alla madre Laura, e ha indicato nella fiducia tra generazioni una leva decisiva: «Il “che ne pensi” credo che sia una buona chiave a doppio senso». Per lei la risposta non è solo trattenere talenti. «Cerco di creare valore sul territorio per attrarre innanzitutto un turismo internazionale», ha spiegato, citando moda, arte e sport come tre dimensioni integrate della sua attività.

Il nodo delle competenze è emerso con forza anche nel passaggio sulla manifattura. Biagiotti Cigna ha rivendicato «l’intelligenza delle mani» e il valore del saper fare, contro l’idea che le nuove generazioni siano lontane dai mestieri pratici. «Il saper fare del Made in Italy è un aggregante», ha detto, collegandolo anche alla necessità di rispondere a quella che ha definito «economia della solitudine». E ha chiuso con un’immagine: «Mi sento un po’ un tedoforo», chiamato a tenere accesa una luce e a dare una traiettoria a chi viene dopo.

Marina Brambilla ha invece insistito sul ruolo degli atenei. Le università italiane, ha detto, sono sempre più attrattive, ma devono pensarsi dentro un ecosistema più largo. «La qualità dei nostri atenei è eccellente», ha spiegato, pur osservando che i ranking non sempre riescono a coglierla pienamente. Per la rettrice dell’Università degli Studi di Milano, i giovani scelgono anche in base alle prospettive di vita e di lavoro, non solo alla reputazione accademica.

Brambilla ha poi invitato a non leggere l’emigrazione giovanile solo come una perdita. «I nostri giovani sono nativi europei», ha detto, e oggi è normale fare un colloquio a Milano, Barcellona o Londra. Il problema è rendere l’Italia capace di attrarre chi è partito, chi ha studiato qui e chi vuole tornare. Sul piano educativo, ha indicato nella fiducia un’infrastruttura chiave: «La relazione tra maestro e allievo è veramente qualcosa di speciale». Per poi aggiungere che la formazione non può ridursi a «un’erogazione di contenuti».

Alessandro Molinari ha affrontato il tema dal punto di vista del welfare e della protezione. Itas Mutua, ha ricordato, è «la più antica compagnia assicurativa italiana», con oltre 200 anni di storia. Per i giovani, ha spiegato, «non è più sufficiente fornire una cosiddetta Ral adeguata». Servono welfare aziendale, sostegni concreti, coperture assicurative e previdenziali più flessibili.

Molinari ha poi richiamato il problema previdenziale. Per le ragazze e i ragazzi, ha detto, il tasso di sostituzione tra reddito e pensione «sarà forse a oggi del 60%». Da qui la necessità di previdenza integrativa, educazione finanziaria e interventi pubblici più incisivi. «L’Italia può diventare un Paese per giovani, a mio avviso sì», ha concluso, ma solo con un lavoro congiunto tra settore privato e settore pubblico. Che è stato proprio il fil rouge del panel: nessun attore può rispondere da solo alla domanda di partenza. Serve un ecosistema capace di tenere insieme formazione, impresa, welfare, salari, fiducia e libertà di scelta.

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