La Brexit non ha fermato gli scambi tra Italia e Uk. Export 2025 a 27 miliardi
Costi di trasporto, carenza di manodopera e maggiore burocrazia i principali ostacoli per le imprese italiane
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Più che la Brexit poté il Covid - o meglio la rapida successione dei due eventi. Le aziende italiane che operano in Gran Bretagna hanno dovuto affrontare diverse difficoltà (soprattutto burocratiche) dopo l’uscita del Paese dall’Unione europea. Ma a sentire i racconti degli imprenditori, molti concordano nel ritenere che il problema più grande è stato il combinato disposto di Brexit e pandemia, che hanno non solo rallentato l’economia britannica, ma soprattutto generato una forte mancanza (almeno iniziale) di manodopera, soprattutto in settori come la ristorazione e la logistica.
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Interscambio stabile oltre i 30 miliardi
A distanza di dieci anni, tuttavia, i dati dimostrano che l’interscambio complessivo è rimasto stabile, intorno ai 31-35 miliardi di euro l’anno. Il saldo commerciale, sempre positivo per l’Italia, è salito da 15,3 miliardi nel 2021 a 19,5 miliardi nel 2025, con un avanzo cresciuto di oltre il 27% in cinque anni nonostante, secondo i dati forniti da Assocamerestero su fonti Maeci e Istat.
Proprio Assocamerestero, attraverso la propria associata britannica, ha condotto di recente un’indagine per comprendere come l’uscita del Regno Unito dalla Ue abbia impattato sulle imprese italiane operanti in UK.
Qualche dato per cominciare: secondo la banca dati Reprint (Istat/Ice), a fine 2023 risultavano attive oltremanica 2.234 società italiane, in aumento rispetto alle 2.084 censite l’anno precedente, con oltre 103mila addetti e un fatturato aggregato di 33,5 miliardi di euro. I settori più rappresentati sono aerospazio, energia, automotive, alimentare e arredo.
Per quanto riguarda l’export italiano verso il Regno Unito (26,9 miliardi di euro nel 2025), il nostro Paese vende principalmente prodotti alimentari e bevande (4,6 miliardi di euro, 16,9% del totale), seguiti da macchinari (3,8 miliardi), mezzi di trasporto (3,6 miliardi), metalli di base (2,9 miliardi), moda (2,2 miliardi) e farmaceutico (1,9 miliardi).







