Battaglie digitali

La Cina getta la rete dell’AI «open source». Pesca anche Belgrado e Algeri

Il presidente cinese apre i lavori del «World Artificial Intelligence Conference» a Shanghai con un manifesto politico “anti colonialista”. Nella piattaforma coinvolti già 39 Paesi tra cui, oltre ai Brics, un pezzo di Mediterraneo. Con lo scontro tra modelli aperti e proprietari, Pechino promette di tutelare il consumo di energia e materie prime. Obiettivo contrastare la Silicon Valley

Il presidente cinese Xi Jinping passa in rassegna la Guardia d’onere assieme a Donald Trump in occasione del meeting di maggio EPA

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«Dobbiamo stabilire un’estesa collaborazione internazionale e sostenere i paesi del Sud Globale, fornendo loro la capacità per accorciare le distanze sul fronte digitale, promuovere lo sviluppo sostenibile, ed evitare che si produca una nuova ingiustizia storica anche nel campo dell’intelligenza artificiale»: il discorso tenuto dal presidente cinese Xi Jinping il 17 luglio scorso all’apertura della prima World Artificial Intelligence Conference di Shanghai non suona solo come un proclama tecnologico. È un manifesto politico. Siamo di fronte all’enunciazione più precisa delle ambizioni cinesi sul fronte dell’AI. Con il discorso di Xi Jinping, Pechino mira a diventare la potenza regolatrice globale nel campo dell’intelligenza artificiale, vuole consacrare i suoi modelli open source come standard definitivo – in contrapposizione ai modelli proprietari di Washington e della Silicon Valley - e punta così alla vittoria nella corsa per la leadership tecnologica.

Domande di approfondimento generate da 24Ore AI

Il discorso di Xi Jinping

Non è un caso se, nel discorso di Shanghai, Xi Jinping paragona l’avvento dell’AI all’invenzione della macchina a vapore e alla diffusione dell’energia elettrica: dal punto di vista del Partito comunista cinese, se la prima e la seconda fase della Rivoluzione Industriale si sono compiute in Occidente, e la terza si è diffusa in tutto il mondo ma con condizioni ineguali, ora è arrivato il momento per le potenze non occidentali di governare l’innovazione tecnologica destinata a cambiare ancora una volta il pianeta. E alla guida di questo processo non può che esserci la Cina. Il palco di Shanghai è stato il trampolino di lancio per la WAICO (World Artificial Intelligence Cooperation Organization), la nuova piattaforma alla quale aderiscono già 39 Paesi, che si propone – secondo quanto si legge nella dichiarazione – di «promuovere la cooperazione internazionale e la regolamentazione mondiale in materia di Intelligenza Artificiale, assicurandosi che l’AI sia benefica, sicura ed equa e favorendo uno sviluppo sano e subordinato al profitto dell’umanità intera». Da un rapido sguardo alla lista delle nazioni partecipanti, emerge subito una certa sovrapposizione con il blocco BRICS e i suoi alleati: ci sono ovviamente Russia, Brasile e Sudafrica; sono presenti numerose nazioni del Sudest asiatico, dall’Indonesia alla Cambogia; spiccano il Pakistan, in contrapposizione all’assenza dell’India, e anche Cuba e Venezuela. In Europa, gli unici firmatari sono Serbia e Bielorussia, mentre nel Mediterraneo allargato troviamo Algeria e Oman.

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Waico contro Pax Silica

Anche se Xi Jinping non nomina mai Washington direttamente, è evidente la contrapposizione con la cosiddetta «Pax Silica», l’iniziativa a guida Usa lanciata dal Dipartimento di Stato americano nel dicembre dello scorso anno per ridurre la dipendenza dalla Cina nell’approvvigionamento di terre rare (di cui Pechino è il primo esportatore mondiale) e altri elementi legati proprio allo sviluppo dell’AI. Tra i firmatari della Pax Silica ci sono Regno Unito, Germania, Svezia, Norvegia e Danimarca, Giappone, Corea del Sud, Israele, India, Qatar ed Emirati, mentre l’Unione europea mantiene lo status di osservatore: questa configurazione ha condotto i media cinesi ad accusare Washington di costruire «una nuova Cortina di ferro sull’intelligenza artificiale», mentre dopo l’annuncio della WAICO l’autorevole account Yuyuan Tantian – legato alla tv di Stato cinese – ha scritto che «la Cina vuole promuovere un altro ordine globale dell’AI, radunando le forze di tutta l’umanità e di tutti i Paesi».

I pilastri del progetto cinese

Dopo il discorso di Xi e la firma dell’accordo WAICO, Pechino ha annunciato che fornirà modelli di addestramento per l’AI e costruirà «centri di cooperazione per l’Intelligenza Artificiale» nei paesi BRICS, ASEAN, dell’Unione Africana e in alcune nazioni dell’America Latina. Secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno dall’agenzia Onu UNCTAD (United Nations Conference on Trade and Development), circa 118 Paesi – per la maggior parte concentrati tra le nazioni in via di sviluppo – sono completamente assenti dalle discussioni sulla regolamentazione sull’AI, e 100 compagnie – quasi tutte americane o cinesi – controllano circa il 40% della spesa in ricerca e sviluppo del settore. In un’intervista resa a Channel News Asia – tv statale di Singapore – il direttore del Global AI Governance Hub dell’Università di Hong Kong, il professor Brian Wong, ha sottolineato un punto fondamentale della narrazione ufficiale cinese: i profitti dell’intelligenza artificiale finiscono a un pugno di società mentre i costi estrattivi (sia sul fronte dei dati che su quello delle risorse naturali) sono spesso a carico di nazioni meno sviluppate. Per questo, Pechino vuole presentarsi come la potenza anti-colonialista che ristabilisce gli equilibri e consente a chi sarebbe tagliato fuori di saltare a bordo della prossima rivoluzione industriale.

Esiste però anche un altro lato della medaglia, che allude a una strategia ancora più complessa: se lo scontro è tra modelli proprietari di AI (Stati Uniti) contro modelli open source (Cina), quando la diffusione dell’open source sarà predominante che fine faranno i miliardi e miliardi di dollari investiti nella Silicon Valley? Una repentina perdita di valore potrebbe infliggere un durissimo colpo all’economia americana.

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