L’analisi

La corsa continua all’esenzione somiglia a un azzardo morale

Spesso le scelte di un singolo rettore ricadono sul successore che a sua volta si rivolge al ministro di turno

di Michele Meoli e Stefano Paleari

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Nella letteratura economica il moral hazard, o azzardo morale, indica la situazione in cui un soggetto, sapendo di non sopportare interamente le conseguenze negative delle proprie scelte, è incentivato ad assumere comportamenti più rischiosi o meno responsabili. È un concetto spesso richiamato: si pensi alla clausola bonus/malus nelle assicurazioni automobilistiche, che premia il comportamento responsabile e scoraggia condotte opportunistiche. Quello che sta avvenendo nelle università statali in materia di tasse universitarie si configura proprio come un caso di azzardo morale, con rischi per contabilità pubblica e studenti.

Si presta anche all’analisi di molte aziende pubbliche, quando l’autonomia decisionale non è accompagnata da piena responsabilità finanziaria. L’università è dunque un campo di prova per verificare l’efficacia di autonomie collegate alla responsabilità economica e gestionale. Le tasse universitarie negli atenei statali italiani sono da tempo determinate dalle singole realtà in base al principio dell’autonomia, entro limiti di legge e con differenziazioni legate al reddito. Nel 2017 il Governo ha introdotto la cosiddetta no tax area per gli studenti con Isee basso, compensando gli atenei dei mancati introiti. L’effetto è stato rilevante: in pochi anni, la quota di “esenti” è passata da poco più del 10% a oltre il 40 per cento. A ciò ha contribuito anche il fatto che quasi tutti gli atenei si siano autonomamente spinti oltre la soglia nazionale. Questa tendenza ha raggiunto livelli significativi: Pavia è arrivata a 32mila euro di Isee in totale esenzione e Padova, fermandosi a 30mila, ha ridotto la tassazione anche per chi ha un Isee inferiore a 50mila euro.

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Dietro queste scelte ci sono probabilmente due ragioni. La prima è attrarre studenti, poiché parte del finanziamento pubblico dipende dagli iscritti regolari, in un contesto segnato da denatalità, università telematiche e competizione internazionale. La seconda è affermare l’idea di un’università pubblica sostanzialmente gratuita, per la quale la no tax area ha offerto il presupposto ideologico.

Ma queste manovre sono efficaci e sostenibili? Quanto all’efficacia, l’impressione è che si tratti di una guerra tra poveri. Il bacino potenziale degli studenti è destinato a ridursi per ragioni demografiche. La rincorsa ad attrarre iscritti a colpi di esenzioni o non produce effetti, perché tutti finiscono per allinearsi, oppure mette in crisi gli atenei che non riescono a stare al passo.

Quanto alla sostenibilità finanziaria, siamo davanti a un salto nel buio. Chi annuncia che dal prossimo anno avrà altri 1.000 studenti esenti sta rinunciando per sempre a quelle entrate. Se ogni studente prima non esente pagava 1.000 euro, l’ateneo rinuncerebbe così a un milione di euro l’anno. E la potenziale perdita patrimoniale sarebbe di 20 milioni se l’attualizzassimo applicando un tasso annuo del 5 per cento. Una volta deciso, è difficile tornare indietro: nessun candidato a rettore verrebbe votato proponendo di ripristinare soglie inferiori. Il punto è che i rischi non li paga chi decide. I rettori durano pochi anni; l’onere ricadrà sui successori, che si rivolgeranno al Governo di turno. E non vi è garanzia che il finanziamento statale cresca in modo compensativo, soprattutto con costi crescenti, vincoli di bilancio e nuove priorità pubbliche.

Sia chiaro: la decisione è presa nell’autonomia dell’università e nella sua piena responsabilità. L’azzardo morale di oggi nasce però anche dalle maggiori risorse su cui gli atenei hanno potuto contare negli ultimi anni, comprese quelle del Pnrr. È probabile che il ministero attualmente guidato da Anna Maria Bernini non si aspettasse una tale deriva e certamente non dispone di uno strumento assimilabile a un bonus/malus.

Qualcosa andrà fatto per ricondurre l’autonomia entro un quadro di responsabilità finanziaria, evitando che i costi ricadano sugli studenti o sullo Stato. Ma la questione più importante resta ideologica: l’idea, sbagliata, di considerare l’università come completamente gratuita. Così non è, e non si potrà chiedere al ministero di coprire eventuali buchi futuri derivanti da decisioni non sostenibili. D’altro canto, l’articolo 34 della Costituzione parla di “capaci e meritevoli, se privi di mezzi”, non di gratuità generalizzata.

Da ultimo: siamo sicuri che la scelta degli studenti dipenda solo dal non pagare una retta universitaria? O conta anche la qualità, percepita o effettiva, delle singole università? Forse è su questo che andrebbe aperta la riflessione. Il ministro Giorgetti ha giustamente detto che un Paese indebitato non è libero. Ma anche un’università interamente dipendente dalle risorse statali è meno libera. Ne siamo consapevoli?

Università degli studi di Bergamo

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